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IL CONSUMATORE POSTMODERNO, LO SPAZIO E IL TEMPO di Marcello Del Bono

In tempi di cambiamento, anche il tempo è cambiato. Insieme ai suoi consumatori.

Quei grezzoni degli uomini dell’età preistorica ragionavano con il sole e la luna, giorno, notte, quelle cose lì, che non si è mai capito bene come facessero a misurarli con la stessa precisione del mio swatch, anzi meglio, che da quando mi è entrata l’acqua della piscina ha lo stesso timing  di un batterista ubriaco. Che Infatti ci son voluti millenni per arrivare alle meridiane, alle clessidre e agli swatch water resistant.

Lo spazio ha invece sempre vissuto un conflitto di identità un po’ schizofrenico tra la propria brand image di  tipo tosto indipendente e un po’ sognatore (lo spazio infinito, le distanze incolmabili) e invece la reputation di essere  una sorta di bamboccione che vive solo grazie all’esistenza del tempo, in una sorta di parassitismo relativistico-simbiotico  brandizzato come spazio-tempo.

Dai e dai, il tempo ne è uscito vincitore. Lo spazio infatti conta poco  in una civiltà dove i bit vengono spostati molto più degli atomi. Dove l’economia, sempre più intangibile, si è smaterializzata. Dove conversi in tempo reale con l’aborigeno australiano.

Il tempo invece viene centellinato a gocce come fosse Brunello di Montalcino del 1964. Nessuno ha più tempo, tutti hanno bisogno di più tempo, non c’è tempo per fare le cose che ci piacciono.

Internet, always on, always connected

Almeno questo è quello che leggo, che scrivo. Che a volte ci credo proprio che l’internet, i servizi, l’always on, il megaconnected, il tutto aperto, tutto accessibile, etc. E invece? E invece. Tempo fa una cliente newyorkese mi chiedeva ridendo come mai nell’era di internet in italia si facesse ancora la siesta.

-“La siesta? Nooo, quella è roba da messicani”

-“Ma non è forse vero che i negozi in Italia sono tutti chiusi da mezzogiorno a metà pomeriggio?”

-”Ah, ehm…”

-”E quella non è la siesta?”

Che vergogna. Cosa potevo rispondere? Io povero consumatore italiano che aspetto 20 minuti per avere un taxi sotto casa? Che se voglio essere matematicamente sicuro di arrivare in ritardo prendo il volo  milano-roma del lunedì mattina? Che se vinco una borsa di studio me la erogano con un anno e mezzo di ritardo? E che non contenti me la rimborsano dimezzata? E che per infierire me la pagano anche a rate? E che se faccio causa sicuramente vinco anche ma tra quindici anni, e dopo una insostenibile serie di spese, rotture di scatole e di, soprattutto,  perdite di tempo? Non ho saputo cosa rispondere.

Consumatore postmoderno contro il vecchio che avanza

La nostra è la società del vecchio che avanza. E che ti obbliga a spostare atomi, a dover investire il tempo sempre più scarso per la comodità della pubblica amministrazione e delle piccole lobby,  per la sonnolenza delle aziende, per la siesta dei negozianti. Ed il sonno dei cittadini.

 

E allora certe volte  vorrei solo teletrasportarmi e ricompormi in un altro spazio e in un altro tempo. Ma quando succede trovo sempre la porta dell’enterprise chiusa.

Per siesta.

 

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