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PASOLINI, TEMPO MITICO E TEMPO STORICO di Alessandro Alfieri

Pier Paolo Pasolini sfugge a qualsiasi definizione rigorosa: poeta, romanziere, regista, saggista o filosofo… senza dubbio, definendolo uno degli intellettuali più brillanti e importanti dello scorso secolo, non commetteremmo un errore. Pasolini ha influenzato profondamente l’immaginario e la società italiani, ed ha compiuto le indagini più lucide e acute proprio su quella società dei consumi che dagli anni ‘50 si andava ad affermare massicciamente nel nostro paese.

A questo proposito, Pasolini parlava di “omologazione culturale”, e questo è senza dubbio il lato più affascinante della sua intera produzione: come aveva fatto venti anni prima Adorno parlando di “livellamento”, Pasolini intuì come il processo trionfalistico del capitalismo fosse indirizzato a un totale annilichimento delle origini culturali e spirituali dei popoli. Una sorta di dispersione dell’autenticità “popolare”, alla quale Pasolini continuerà a guardare con malinconia e struggimento.

Questo è, d’altronde, il punto in questione: nella maggior parte dei film di Pasolini, ma anche nei suoi romanzi, continua a restare costante lo sguardo nostalgico dell’autore verso un passato miticizzato. Per “miticizzare” questo passato, gli strumenti di fascinazione del cinema sono utilissimi; ma il “peccato” commesso da Pasolini, sta proprio nella confusione di “tempo mitico” e “tempo storico”. Rimpiangere una fase appartenuta alla storia trascorsa, significa spesso attribuire ad essa un valore superiore e una connotazione più pregevole rispetto alla realtà. Il “tempo mitico”, l’ “arcadia” per intenderci, può restare un’idea regolativa per le nostre norme di comportamento presenti (l’utopia, perciò declinata al futuro), ma deve restare distinto dai fatti “realmente accaduti”. Il rischio, come accade in Pasolini, è quello di restare rinchiusi nel rifiuto aprioristico del progresso e soprattutto nel culto della non-civilizzazione.

Questa confusione di storia e mito, ovvero la mitizzazione di un passato ritenuto più autentico e colmo di spiritualità, si riflette anche nel dibattito sulla “poesia della realtà”, che ha visto coinvolti Pasolini e Emilio Garroni negli anni ‘70. La tesi del “cinema di poesia” portava Pasolini a sostenere la convinzione che il reale fosse già impregnato di poesia, e che l’operazione ardua del regista fosse quella di ripulire l’immagine dei condizionamenti e delle convenzioni “borghesi” e consumistiche per tornare al nucleo poetico. Anche qui, nuovamente la convinzione di poter cogliere il “poetico” nella concretezza del mondo, perchè è lì che risiede piuttusto che in una ambito trascendentale e non esperibile. Garroni rispose a Pasolini rifiutando la tesi che il reale possa essere poetico: proprio perchè il reale si limita ad “essere”, attribuirgli una dimensione peotica è già un atto di interpretazione, e implica subito un’attribuzione di senso dall’esterno.

Forse, Pasolini si è lasciato trasportare spesso più dal cuore che dal cervello, continuando a innamorarsi di qualcosa che forse né in Italia né in nessun’altra parte del mondo nel corso della storia c’è mai stato.

 

 

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