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IL TEMPO CICLICO di Luigi Nardi


La prima parola della filosofia che la tradizione ci ha consegnato parla proprio del tempo ciclico: «Da dove infatti gli esseri hanno l’origine, ivi hanno anche la distruzione secondo necessità: poiché essi pagano l’un l’altro la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo» . Anassimandro chiama questo tempo che fa giustizia chrónos, esso designa la totalità del tempo rispetto a cui ogni epoca (aión) sorge e svanisce. Con Nietzsche, quindi col volgere della filosofia verso la sua fine, il tempo ciclico riappare come eterno ritorno dell’uguale: «Stemma della necessità!/ Tavola di eterne figure!/.../ Dell’essere costellazione suprema/ che nessun desiderio raggiunge,/ che nessun no contamina,/ eterno sì dell’essere,/ eternamente io sono il tuo sì» .

Nel ciclo ogni epoca non ha una finalità, ma semplicemente una fine. Il finito è perfectum, perché è compiuto, perché non lascia nulla fuori di sé. Con la sua fine raggiunge il suo fine. I due significati trovano la loro identità nel télos, la cui radice tel significa girare intorno, compiere per intero il proprio giro, donde teléo che vuoi dire «portare a compimento», tradotto dai latini con perficere, da cui perfectum, ossia compiuto, finito. Non c’è sporgenza nel ciclo che, come ha ben visto Nietzsche, non ospita né desideri né dinieghi. In esso le eterne figure «governano a turno mentre il ciclo si svolge, e gli uni negli altri finiscono e crescono secondo il turno che spetta» .

Nel ciclo raggiungere il télos significa raggiungere la propria fine, e nella fine la propria forma. Se la forma è il fine dell’opera, questo fine è raggiunto solo alla fine. A questo alludono le parole aristoteliche enérgheia ed entelécheia; tra loro non c’è contrapposizione, quasi che l’energia appartenga al mondo meccanicistico della natura e l’entelechia a quello finalistico della progettualità umana. Nel ciclo non c’è finalità ma solo compimento, e l’opera (érgon) appare quando è compiuta, quando l’attività (enérgheia) che, prendendo avvio (árcho), l’ha promossa, è giunta alla fine (entelécheia). Entelés écho significa infatti: ho compimento, sono compiuto, perciò Aristotele può dire: «In realtà è fine l’opera, e l’atto si identifica con l’opera e perciò anche il nome stesso di atto (enérgheia) deriva da opera (érgon) e tende verso l’atto perfetto (entelécheia)» .

Nel tempo ciclico c’è dunque identità tra il fine e la fine. A sancirla è la morte che, conducendo le singole forme alla loro distruzione per consentire la riproduzione di nuove forme, appare come il giudice implacabile che amministra il ciclo, non nel senso che lo destina a qualcosa, ma nel senso che lo ribadisce come eterno ritorno, permettendogli così di durare eternamente come ciclo.

Nel ciclo non c’è rimpianto e non c’è attesa. Il télos che lo percorre non ha aspettative né pentimenti, la temporalità che esprime è la pura e semplice regolarità del ciclo, dove nulla può accadere che non sia già accaduto e nulla può avvenire se non con-formandosi al già avvenuto. Nel tempo ciclico non c’è futuro che non sia la pura e semplice ripresa del passato che il presente ribadisce. Non c’è nulla da attendere, se non ciò che deve ritornare.

Dal tempo ciclico nascono alcune figure della temporalità che condizioneranno l’antropologia dell’uomo occidentale. Tra esse ricordiamo: l’irreversibilità del tempo rispetto ai singoli individui che nel ciclo sono destinati a perire; l’uniformità del tempo rispetto all’identica riproduzione delle forme e delle specie. Inoltre, se ciò che deve accadere è già accaduto, organo del tempo sarà la memoria. Questo spiega da un lato la vera essenza del mito che non è favola o leggenda, ma deposito di memoria, dall’altro il sorgere della filosofia come contemplazione, perché, se ciò che avverrà in certo modo è già avvenuto, per «sapere» sarà sufficiente «guardare». Infine la verità come s-velamento (a-létheia) sarà alla base sia della filosofia sia dell’arte che avrà come compito quello di svelare ciò che nel ciclo della natura è già contenuto, quello di liberare le sue qualità segrete. Archi-tetto sarà colui che con la tecnica (téchne) darà inizio (árcho) a questa liberazione. Ciò che si tratta di liberare sono innanzitutto le misure segrete della natura di cui il temp(i)o è la prima figura.

 

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