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Martedì 14 Settembre 2010 18:11

L'ESCATOLOGICO: LA FINE DEI TEMPI di Brevio Nero

 

Terremoti, eclissi, alluvioni, eruzioni, ma anche guerre, stragi, saccheggi, violenze collettive. Catastrofi naturali e alterazioni sociali, in parte provocate dall'uomo, in gran parte da calamità ingovernabili.
Immagini alle quali siamo stati educati e che ci vengono alla mente quando pensiamo "alla fine del mondo".
La fine del mondo, impalpabile immagine che serpeggia nelle recondite fantasie del genere umano.
Un doloroso appuntamento collettivo, alimentato dalla più severa interpretazione delle Sacre Scritture. La fine sarà! Ma come sarà? Immagini che si materializzano nelle voci e nelle menti con velato realismo ogni qual volta si profila un sinistro evento sociale che risveglia l'atavico timore della morte. Immagini profetizzate da quell'uomo che fu Gesù di Nazareth ai suoi discepoli, di fronte alla magnificenza delle mura del tempio di Gerusalemme e tramandate sino ad oggi. È onesto ammettere che, sia per i credenti che per i non credenti, al sopraggiungere di eventi catastrofici, la "fine del mondo" biblica si riaffaccia da timori ancestrali. È riferita a un qualcosa di irreparabile a cui non esiste rimedio, qualcosa di "definitivo".

L'evento predetto di fronte al quale l'essere umano si sente smarrito e impotente; oggi come ai tempi di Gesù. Dunque, nel nostro contesto storico, del quale si coglie il potenziale devastatore delle armi di distruzione di massa, è naturale avvertire un senso di disagio premonitore, che è spontaneo collegare agli scenari biblici che evidenziano il concetto di "fine". A questo punto, diventa stimolante tentare di visualizzare l'idea della "fine" secondo alcune interpretazioni a cavallo di epoche diverse.
Nel XII secolo, in pieno Medioevo, Tommaso d'Aquino riteneva che la filosofia non potesse dimostrare che questo mondo non potesse essere eterno e la fisica primitiva riteneva che il movimento delle stelle e dei pianeti fosse regolare e potesse ripetersi all'infinito senza alcuna usura, senza "fine".
La fisica moderna vede la questione in modo diverso, e la logica stabilisce che "ciò che ha un inizio deve finire". È scientificamente coerente affermare che ogni cosa ha un suo periodo di vita, anche quella di una degradazione, che può essere considerata "lenta", ma irreversibile, di tutta l'energia, compresa quella cosmica. L'idea di una fine del mondo, e in particolare di una "fine del mondo umano", è dunque una idea che appartiene alla nostra cultura, sia mistica che scientifica.

Limitandoci a indagare tra le teorie legate alla fede cristiana, le affermazioni che trattano la fine dei tempi (raggruppate nella definizione tecnica di "escatologia") e quelle sulla fine del genere umano, sono pronunciate in due "modi di intendere" diversi e differenziatisi nel corso della storia.
1. Dagli albori del cristianesimo sino al Tardo Medioevo, la fine universale è descritta come un giudizio collettivo, un momento che coinvolge la terra e i suoi abitanti nella loro totalità, per lasciare il tempo alla serie degli eventi annunciati: il ritorno del Cristo "a giudicare i vivi e i morti" e, in seguito, una risurrezione universale, al momento della quale ciascuno merita il proprio destino (scene rappresentate nei timpani di diverse chiese, soprattutto nei dipinti di Michelangelo nella Cappella Sistina di Roma. Lì, il Cristo vincitore separa i giusti dai dannati). 2. A partire dal Tardo Medioevo, progressivamente con la riscoperta della filosofia e della cultura classica che ha traghettato la storia nel Rinascimento, è andata a maturare una questione, seppure antica ed endemica ad altre religioni, sia monoteistiche che politeistiche: "che accade realmente alla fine della vita umana di ciascuno? Che cosa avviene nel transito dell'istante non rappresentabile che esegue alla morte corporale?".

Dopo aver riassunto l'evolversi dell'interpretazione biblica dell'immagine della "fine del mondo", ritornando ad analizzare la fonte informativa primaria dei cristiani, il Nuovo Testamento, rileviamo che annuncia spesso il ritorno di Gesù "alla fine dei tempi", ritorno denominato parusìa, (dal termine greco che significa presenza o arrivo).
In questo contesto, il ritorno del Cristo è predisposto al passaggio definitivo dell'umanità nel mondo di Dio e al compimento finale del messaggio di salvezza anticipato dalla prima venuta del Nazareno. Ma questa salvezza tragitta seguendo comunque un giudizio che dà un valore drammatico alla fine dei tempi. La posta in gioco inerente a ciascuna esistenza umana, quella dell'investimento della propria libertà di scelta (se vivere o no seguendo l'insegnamento del Cristo), si concentra su questo ultimo istante.
Al riguardo sembra interessante rilevare che, se nell'Antico Testamento l'annuncio del "Giorno del Signore" appare come una terribile ed esigente scadenza, nel Nuovo Testamento, che descrive e finalizza la vita di Gesù, il giorno del giudizio si trasforma nel "Giorno del nostro Signore Gesù Cristo", giorno pur sempre "di severe sentenze", ma inteso come un più benevolo "giorno di salvezza". Dottrina che è giunta praticamente inalterata e coerente sino al tempo attuale. Visto in questo svolgimento, il giorno del giudizio e la fine del nostro tempo, che coincidono con il momento della morte, si inoltrano in un nuovo stato di cose che introduce il principio della speranza nella salvezza dell'uomo nel suo insieme di corpo e anima, manifestato nell'atto finale dell'opera terrena di Gesù Cristo e cioè l'idea di "risurrezione" quale evento universale.

Una opportunità aperta a tutti, ma pur sempre tramite un giudizio singolare, poiché è facile comprendere che ogni "fine" (anche avvenisse in un olocausto di massa, così come delineato all'inizio di questa interpretazione della Bibbia) è comunque la "fine" di ogni vita individuale. Questo concetto apre nuovi scenari di indagine che si espandono in un ulteriore e avvincente approfondimento che faremo in altra occasione.

 

 

 

 

 

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