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VARIAZIONI SUL TEMPO autori vari

 

Introduzione

Nella nostra trattazione cercheremo di elaborare una critica al concetto di tempo, dimostrando il suo statuto di costruzione linguistica e la sua estraneità alla "natura" (La musa impara a scrivere). In quanto fenomeno linguistico può essere modificato senza che l'oggetto che designa sia alterato. La realtà è soggetta a interpretazione, un qualsiasi evento ha molteplici spiegazioni possibili, dipendenti anche dall'approccio epistemologico dell'osservatore. Ad esempio di uno stesso evento è possibile dare:

- una spiegazione finalistica (aristotelica), la finalità è la caratteristica che si attribuisce a ogni evento o processo che si consideri rivolto verso, o guidato da, un fine.

- una spiegazione causale (newtoniana)., la causalità è la relazione fra una causa e il suo effetto.

Il tempo è una caratteristica linguistica (soprattutto indoeuropea), un'interpretazione della realtà, non è un ente di realtà. Alcune civiltà, come gli Hopi, non hanno questa categoria, in questi linguaggi ciò che noi attribuiamo al tempo presente/futuro viene attribuito alla dicotomia manifesto/nascosto.

"Tempo" è un termine polisemico, nelle lingue latine la parola tempus indica tanto l'aspetto cronologico del termine chronos, che quello occasionale del termine kairos, nei vari contesti d'uso significa 'una certa parte di tempo', 'ora' , 'momento', 'epoca', 'tempo debito', 'tempo opportuno', 'momento favorevole', 'occasione', 'opportunità', 'circostanze di tempo'. La parola greca temno , t?µ?? , deriva dalla radice v tam e significa 'taglio', 'recido', 'tronco'.

E' impossibile dare una definizione precisa e univoca di "tempo". Ad esempio nel Webster, che è fra i migliori dizionari inglesi, la voce "tempo" rimanda a quella "periodo" e viceversa. Il significato di questa parola dipende dal contesto in cui è inserita.

Nell'XI libro delle Confessioni Sant'Agostino scrive :

"E ti confesso Signore che ancora non lo so, cosa sia il tempo, e ancora ti confesso, Signore, che so di fare questo discorso nel tempo e che da molto ormai sto parlando del tempo e che questo molto non è molto se non perché dura nel tempo. E come lo so allora, se non so che cos'è il tempo?" (25.32). Il tempo esiste perché le cose non sono istantanee "Perciò mi è parso che il tempo altro non fosse che una sorta di protrazione: ma di che cosa, non lo so. Della mente stessa forse? Si, non può che esser così." (26.33) .

 

Urano peplo stellato

Uno dei sistemi più antichi usato per misurare il tempo è l'osservazione degli astri. La rotazione dei cieli incuriosì l'uomo e rese possibile la nascita dell'astronomia: Platone seguendo la tradizione precedente identificò il tempo con questa rotazione. Le prime tracce d'osservazioni astronomiche sono antiche quanto le tasse, risalgono a 16-20.000 anni fa. Nella Grecia dell'età classica, il cosmo è perfettamente intelligibile dal senso comune, la comprensione del significato del cielo stellato non è riservata ai sacerdoti o agli iniziati: essa è pubblicamente accessibile. Le stelle, collegate ad una ad una dalla linea invisibile che disegna la costellazione, raffigurano sullo sfondo del cielo strisce di un enorme fumetto o meglio figure stilizzate ricamate su un tappeto, le vicende mitiche che dal tempo dei Titani in poi hanno dato origine e forma al cosmo, alle terre e ai mari, alle piante, agli animali, agli uomini, ai barbari e ai greci. Gli astri vengono raggruppati in costellazioni e queste in cicli che raccontano i miti. Così il cielo si ordina secondo il ciclo di Callisto e Bootes, Andromeda e Perseo, Ercole ed il Drago, Orione e Lelapo, Teseo ed Arianna, e così via. Un ciclo intero rappresentato da un gesto, un solo gesto di un antico dio, dall'atto di un culto disperso, dalla ferina bellezza di un animale. Il cielo era un enorme disegno di cui il senso pubblico possedeva la chiave di lettura. Non è certo strano che filosofi o mercanti, letterati o attori, contadini o naviganti che fossero, i greci tutti usassero leggere nel cielo le loro origini e la storia così come a noi oggi capita con i fotoromanzi. La stessa letteratura greca o classica, in primo luogo le tragedie e le commedie, dense di metafore astronomiche, risultano incomprensibili senza una buona familiarità con il cielo stellato. Nell'Atene di Pericle, secondo quanto sostiene lo storico francese Vernant, un giovane che s'apprestasse ad entrare nella vita politica dopo aver seguito un iter di formazione scolastica, conosceva mediamente per posizione e per nome una cinquantina di costellazioni e diverse centinaia di stelle. Se si pensa che oggi uno studente, se non un professore, d'astrofisica non distingue tra Callisto che è la Grande Orsa ed il Gran Carro che è solo un suo asterisma; e sa nominare quando va bene, non più di quattro o cinque stelle di prima grandezza, si ha una buona misura del regresso compiuto, in questo secolo di progresso, nell'apprensione visiva del cielo notturno; un salto all'indietro che lascia senza fiato e spezza le ginocchia. L'interpretazione del cielo era un elemento fondamentale non solo per l'individuo ma anche per la società, ad esempio così come il ragazzo ritrova nelle costellazioni ciò che ha ascoltato da bambino similmente la società trova una coerenza strutturale dentro e sopra di sé.

I popoli mediterranei interpretarono le modificazioni del cielo, come le comete e le eclissi, quali foriere di cattivi presagi e portatrici di sciagure. Leopardi nella sua Storia dell'astronomia scrisse: "Può dirsi, che presso gli antichi lo spavento all'avvenir di una eclissi non abbia cessato giammai". Nella tradizione ebraico cristiana invece gli eventi 'straordinari' del cielo sono benevoli segni divini come ad esempio la cometa che guidò i re Magi fino a Betlemme e che oggi si pensa sia stata quella di Halley.

 

Contro malaugurio di eclisse

Questa preghiera a Sin (la Luna) è stata inserita nel rituale b i t rimki (casa dei lavacri) e il testo dei duplicati, con leggera variazione, costituì una preghiera per ottenere sogni favorevoli. La struttura comprende: I. un'introduzione innica (I-II); II. l'esposizione del motivo della preghiera (12 - 18), malaugurio causato da eclissi di Luna, con i fatti che l'accompagnano; oracoli nel giorno dell'interlunio e festa per il giorno trenta: III. la preghiera propriamente detta (19 - 26), chiusa da IV., la promessa di rito.

Sin, luce novella, appariscente [nel cielo];

Sin, che ti rinnovi e rischiari [cielo e terra].

Tu dai luce alle genti vaste,

agli uomini, capi neri, mandi il tuo chiarore.

Brillante è la tua luce nel cielo chiaro;

maestosa la tua fiaccola, pari a Gibil è il tuo [calore].

Riempie, il tuo chiarore, la terra estesa;

le genti ne sono orgogliose, vanno a gara per contemplarti.

Anu dei cieli, di cui nessuno celebra il pensiero,

straordinaria è la tua luce, (quella di) Samas tuo primogenito.

A te si prostrano i grandi iddii,

la decisione a riguardo dei pianeti spetta a te.

A causa di malaugurio dell'eclissi di Luna,

che nel mese tale e nel giorno tale ha avuto luogo,

malaugurio di portenti, segni cattivi, sfavorevoli,

che nel mio palazzo e nel mio paese sono comparsi,

Gli dèi grandi ti pregano e tu dai consiglio;

siedono tutti insieme e discutono (il caso) ai tuoi piedi.

Sin, l'appariscente dell'Ekur, ti pregano e per gli dèi dai il responso.

L'interlunio è il giorno del tuo responso, del segreto dei grandi iddii;

il giorno XXX è la tua festa, il giorno di gioia per la tua divinità.

Namrasit, di forza senza pari, di cui nessuno penetra il pensiero,

ti presento un'offerta pura nella notte, ti libo birra dolce di prima qualità.

Me ne sto prostrato, mi presento, ti cerco;

pensieri di grazia e giustizia disponi per me.

Il mio dio e la mia dea, che da giorni molti sono adirati verso di me

in giustizia ed equità si riconciliino con me:

il mio sentiero si faccia piacevole, la mia vita si spiani.

Ho inviato Zaqar, il dio dei sogni,

nell'ora notturna fammi sentire che è sciolto il mio peccato, purificata la mia colpa.

Per sempre ti loderò rispettosamente.

Scongiuro a «mano alzata», di Sin. 1

Nell'antichità ogni cosa ha il suo posto in un tutto organico. L'unione armonica fra cielo e terra costituisce una macchina simbolica e la vita s'impregna di significato. All'opposto il dramma della società moderna è proprio la perdita di questo significato, di qualsiasi significato che dia senso alla vita. L'individuo era inserito in una catena che va dalle stelle alla terra, con un legame concreto, e tale era anche la loro concezione del tempo, agli antipodi dal tempo astratto della modernità. L'assunto di base, esplicito quanto l'osservazione, è che le cose accadono secondo un prima e un dopo e non tutte allo stesso tempo. È quindi un ritardo, un'attesa, un prima e un dopo come manifestazione fenomenica constatabile da tutti, il tempo ha una base vera e materiale. Leibniz sosteneva che i fenomeni che osserviamo hanno due nature diverse: o accadono insieme o uno dopo l'altro.

Fra i caratteri fondamentali della concezione antica del tempo c'è l'esperienza ciclica: il 'prima', il 'dopo' e poi nuovamente il 'prima'. Fu probabilmente l'osservazione della regolarità temporale del moto degli astri e della costanza dei ritmi biologici a conferire, per estensione, un'analoga struttura ciclica al tempo nel suo complesso (Tempo lineare e tempo ciclico ). Come le stagioni si ripresentano sempre uguali, nulla accade che non sia già accaduto altre volte; il futuro perpetua il passato e non vi è evento che non debba ritornare: tutto si riproduce in modo uniforme e periodico, secondo l'antica massima "nulla di nuovo sotto il Sole".

Gli antichi utilizzarono il movimento del cielo come riferimento per calcolare il tempo, tanto il Sole che le stelle e i pianeti furono usati come orologio. Per la visione diurna l'uomo utilizza coni e bastoncelli che si trovano all'interno dell'occhio, con una spiccata sensibilità al giallo che è il colore primario del Sole. Di notte utilizziamo gli apparati secondari della retina e scorgiamo meglio il verde. La vista è il senso primario della nostra civiltà, molte delle nostre parole e metafore hanno una radice comune con il senso della vista. La nostra è la cultura dell'immagine e la pittura sembra un'arte privilegiata. Gli ebrei invece prediligono l'udito, la loro è una cultura dell'ascolto, una weltanhorung parallela alla nostra weltanshaung .

La vista, a mio parere, è divenuta per noi causa di grandissima utilità, perché nessuno di questi discorsi, che diciamo intorno all'universo, sarebbe stato detto, se non avessimo veduto né gli astri, né il sole, né il cielo. Ora l'osservazione del giorno e della notte, dei mesi e dei periodi degli anni hanno fornito il numero e procurato la nozione del tempo e la ricerca intorno alla natura dell'universo. Di qui abbiamo acquistato il genere della filosofia, della quale non venne nessun bene maggiore, né mai verrà al genere mortale, come dono largito dagli dèi. - Platone, Timeo , XVI, 46 a - b

Gli Inuit prediligono il senso del tatto, come dimostrato dalle loro rappresentazioni artistiche che non sono belle da vedere, bensì piacevoli da toccare. Probabilmente popoli diversi privilegiano sensi diversi in stretto rapporto con la loro posizione geografica. Alle nostre latitudini è stato facile scorgere una dimensione temporale nell'alternarsi del giorno e della notte, non lo è stato per gli Inuit nelle regioni artiche.

Attraverso un millenario lavoro d'astrazione si è giunti al concetto di tempo paragonabile allo scorrere di un fiume, continuo, infinito, indipendente dagli eventi che accadono; è un concetto che ha fatto nido nella civiltà occidentale fino a entrare nel senso comune. Quest'idea parte dal concetto antico di Ora - stagione, caro alla civiltà agricola di Esiodo, dove l'alba e l'aurora sono personificate in divinità. Ma qui non c'è ancora un'idea di eternità quanto piuttosto di immortalità: gli dei nascono e poi sono per sempre, nemmeno Omero parlò mai di eternità.

Nella civiltà greco-romana anche la storia era scritta in cielo, mythos infatti significa racconto. Secondo Spinoza uno dei segreti concettuali dei greci fu mettere ordine dove non ce n'è alcuno. Creare modelli o rappresentazioni è un fondamentale procedimento gnoseologico del genere umano e proprio ordinando il cielo attraverso le figure delle costellazioni fu possibile per l'uomo orientarsi. Ciò accadde nel Mediterraneo a causa delle caratteristiche ambientali, non avvenne ad esempio fra gli abitanti del Congo dove la foresta impedisce una visione completa del cielo. Il legame fra cielo e terra creò un mondo tendente alla perfezione e all'auto soddisfacimento, al contrario di quello contemporaneo insoddisfatto e finanche ridicolo nella sua tensione alla perfezione.

Il tempo è la concettualizzazione di un movimento scelto come campione di tutti i movimenti, dunque la misura del movimento secondo il prima e il dopo. Agostino, polemizzando con un letterato milanese, affermò che se anche non fosse il cielo a girare girerebbe la ruota del vasaio e ciò basterebbe ad avere la misura del movimento.

Devi pensare dunque Krono in quanto il tempo, e Rea in quanto lo scorrere della sostanza umida, poiché l'intera materia portata dal tempo generò, come un uovo, il cielo sferico che tutto avvolge [...] 2. - Apione (in Clemente Alessandrino, Omilie romane 6,5)

 

Note

  1. Testi sumerici e accadici , a cura di Castellino R. Giorgio.
  2. Questo passo appartiene a uno dei rami della tradizione orfica, tanto eterogenea e rizomatica quanto le poleis , le colonie e le subcolonie elleniche. In via del tutto ipotetica si può pensare che la poesia attribuita a Orfeo dapprima pubblicata, unificata e canonizzata da Onomacrito, sia stata in seguito nuovamente frantumata e sia risultata contaminata e corrotta lungo il V e il IV secolo, per la grande diffusione dei libri orfici. La fonte risale al I secolo d.C. Tratto da Giorgio Colli, La sapienza greca , vol.I.

da Variazioni sul Tempo (Università della Calabria)

 

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