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VARIAZIONI SUL TEMPO autori vari

 

Teogonia

In Esiodo i termini temporali usati da Omero si precisano, diventano più puntuali e ne appaiono degli altri. La Teogonia è anche una cosmogonia, una teoria della formazione del mondo per genealogie divine. Secondo Esiodo all'origine fu l'informe Chaos, ma è Gaia, la Terra dal seno vasto e profondo, la prima divinità che vi assume una vera e propria forma. Non di forma si poteva ancora parlare infatti per Erebo, le tenebre della profondità, e per Nyx, la Notte, entrambi sorti dal Chaos, e nemmeno per i figli da questi generati: Etere, la trasparenza luminosa dell'Aria, ed Emera, il Giorno. Forse per la misteriosa forza attrattiva di Eros, comparso con lei, Gaia desiderò l'amore e a questo scopo si fabbricò un figlio, Urano, il Cielo stellato, che subito s'inarcò sulla madre in un abbraccio totale. L'esperienza dell'amplesso scatenò l'energia creativa di Gaia, che si mise a procreare, senza doversi accoppiare: montagne, vallate, pianure e Ponto, il Mare, immenso deserto d'acqua increspato di spuma. Dall'unione di Gaia e Urano nacque una copiosa prole di cui fanno parte, in questa versione esiodea, Oceano (il grande fiume che scorre attorno alla terra circondandola) e Teti.

Nyx, particolare del grande fregio dell'Altare di Pergamo, V sec a.C. Berlino, Staatliken Museen.

 Se considerate dunque come divinità generate e non creatrici, Oceano e Teti appartengono alla schiera dei Titani e delle Titanesse, il nome collettivo impiegato per designare tutti i figli di Gaia e di Urano, anche se la sua etimologia, che proviene dall'Asia Minore, li vorrebbe figli del Sole.

Nonostante l'attrazione irresistibile che spingeva Urano a possedere la sua sposa ogni notte, egli odiava e invidiava i nati dalla loro unione, costringendo la madre primordiale a tenerli dentro di sé, al riparo dalla distruttività paterna. Alla fine il suo utero, benché capiente e profondo, divenne un fardello troppo pesante e Gaia decise di porre termine alla tortura. Traendo il ferro dalle proprie viscere, ne fece una falce dentata ed espose ai figli l'uso che intendeva farne. Il più giovane di loro, Krono, vale a dire il Tempo, accettò di eseguire il piano della madre: quando giunse la notte Urano, avvolto in una soffice coperta di nuvole, raggiunse Gaia per unirsi come di consueto con lei, in quel momento Krono uscì dal nascondiglio che la madre gli aveva offerto, afferrò il padre-fratello per i genitali con la sinistra e con la destra glieli tranciò mediante la rozza lama seghettata. Il sangue cadde a pioggia su Gaia che ne fu pregna: dal drammatico, ultimo contatto tra Cielo e Terra, nacquero le Erinni, i Giganti e le ninfe dell'albero del frassino, o Melie.

Dall'ultima eiaculazione del membro divino di Urano caduto in mare, per condensazione della spuma, prese invece forma Afrodite dalle lunghe chiome, la dea della bellezza.

OPERE E GIORNI

Esiodo è il cantore della civiltà contadina e a questo pubblico la sua opera destinata. Michelangelo Pira, studioso e intellettuale sardo, scrisse un libro pubblicato postumo nel 1983 dal titolo La rivolta dell'oggetto . Pira prende in esame la cultura del mondo contadino sardo, ma la sua indagine vale per tutta la realtà del mondo contadino, ancora dominante in Italia - se si ha una visione larga della cultura - negli anni '50. Questo mondo aveva al suo centro, secondo Pira, non solo la famiglia o la famiglia allargata, ma la "bottega familiare" vista come luogo di elaborazione del sapere e del saper fare, e anche del sapersi orientare nel mondo delle relazioni. Lì si imparavano le cose più importanti della vita, lì più che a scuola. Dall'igiene al modo in cui si tiene una casa. Nel mondo contadino più propriamente inteso si andava molto più in là, la casa si imparava a costruirla. La bottega familiare garantiva a gran parte della popolazione italiana, tagliata fuori dalla scuola, un tessuto di competenze che, dopo essere state capitalizzate, sono state investite. La manodopera che dal Veneto o dalle campagne del sud si spostava in città negli anni '50 e '60 quelle competenze le ha messe al servizio della grande industria a costi bassissimi. Chi è arrivato in città non ha trovato nulla, o quasi nulla, di ciò che la bottega familiare in una realtà contadina riusciva a garantire. Gli adulti hanno trovato lavoro e redditi più alti, e questo era desiderabile. Ma i loro figli non hanno trovato niente. Hanno trovato scuole assolutamente incapaci di capire cosa potessero e dovessero fare dinanzi a questi nuovi arrivati, come intuirono fra gli altri Pier Paolo Pasolini e don Lorenzo Dilani.

È chiaro che quella contadina è una dimensione contrapposta all'attività specializzata dell'operaio industriale.

La ricca terminologia tecnica usata dai Greci per distinguere, dei terreni delle chorai , fisionomia giuridica, destinazione, ubicazione, uso, qualità è sicuramente indizio di una volontà di controllo sui territori, che fa trapelare molti dei risvolti socio-politici del rapporto città-campagna. In quella terra che sarà poi la Magna Grecia, tanto simile per morfologia e clima alla madrepatria, è dimostrata una arcaica presenza greca inizialmente non connessa con il processo di colonizzazione, ma piuttosto, come nel caso dell'Incoronata (in provincia di Cosenza, già sito enotrio dell'VIII sec. a.C.) o di Pithekaussai, finalizzata a quegli scambi commerciali fra comunità indigene dell'entroterra ed artigiani e mercanti greci che gettarono le basi per i futuri insediamenti coloniali. I successivi rapporti con i contesti indigeni seguono linee di sviluppo parallele: con le fondazioni coloniali, per quanto i centri indigeni cessino di vivere, talora sostituiti da abitati dalle caratteristiche elleniche, spesso strutturati come phrouria (roccaforti periferiche a difesa della chora ), talaltra da luoghi di culto che sancivano la legittimità del possesso della terra e l'intangibilità dei confini, tuttavia si assiste ad una integrazione culturale che tocca vari ambiti, da quello religioso a quello della cultura materiale, a quello programmatico (come l'uso indigeno di collocare i luoghi sacri fuori dell'abitato, presso corsi d'acqua, assimilato dai Greci). Peculiare delle chorai , dunque, la presenza di insediamenti difensivi, i phrouria , e i santuari.

In quel tempo, così come oggi, i contadini non abitavano la campagna se non in rari casi di fattorie - rimesse per gli attrezzi. Essi abitavano in piccoli borghi: le "città rurali" come le chiamava Gramsci, e raggiungevano i campi a piedi o sul dorso dei muli impiegandovi a volte diverse ore. A causa delle impervie caratteristiche orogeografiche di questi territori occorreva molto tempo per raggiungere il centro abitato più vicino, borghi posti a pochi chilometri in linea d'aria e spesso anche visibili tra loro erano di fatto separati da distanze di percorrenza lunghissime. I contadini non erano schiavi né servi della gleba, nella civiltà greca gli schiavi erano i prigionieri di guerra che avevano preferito la servitù alla morte, e non esisteva la schiavitù per motivi razziali o ideologici come avvenne più tardi per la tratta dei neri nelle Americhe. Nelle Opere e Giorni il tempo è marcato dalle migrazioni degli uccelli, dalla levata e dal tramonto di stelle e costellazioni mentre la parte finale del testo è consacrata all'elencazione minuziosa delle qualità del giorno come parte del mese. Il mese comprende trenta giorni e ciascuno di essi è fasto o nefasto, conveniente a questa o a quella attività; così "evita nel tredicesimo giorno del mese che inizia a seminare: è questo per coltivare le piante il migliore. Il sesto giorno del mezzo del mese è nocivo alle piante, buono per generare figli maschi; è funesto invece alle femmine sia per nascere sia per andare in sposa" ( Opere e giorni , vv. 780-784). Esiodo caratterizza i giorni rispetto alle occasioni che essi presentano, così come Omero ma in modo molto più sistematico. I giorni sono caratterizzati come fasti o nefasti, cioè propizi e favorevoli o funesti e sfavorevoli. Ma ci sono anche cinque giorni detti acherioi :

gli altri sono mutevoli, innocui, senza alcun presagio,

uno ne loda uno, altri un altro, pochi li conoscono.

Esiodo, Opere e giorni (823 - 824)

All'epoca di Esiodo i mesi erano tutti di trenta giorni e dal loro computo annuale ne risultavano 360, gli acherioi erano dunque quei cinque giorni che mancavano per raggiungere la giusta cifra di 365 e vengono detti anche embolistici (dal greco émbolos "cosa inserita"), superflui o abbondanti; sono giorni talvolta madre talvolta matrigna.

In quest'opera il tempo è un mutamento in negativo, una degradazione in netta contrapposizione alla concezione moderna del tempo portatore di miglioramento. Se il positivismo scientifico ha visto nella tecnica e nel progresso una spirale ascendente di crescita e sviluppo generale dell'umanità, al contrario la cultura antica ha concepito il tempo come un movimento discendente e degradante.

A Krono è legato il ricordo dell'età dell'oro, felice momento aurorale della storia del mondo e dell'umanità. Gli uomini vivevano senza affanni e senza bisogni insoddisfatti, come gli dei. Liberi anche dal male fisico, passavano da una dilatata giovinezza alla morte come si passa dalla veglia al sonno. I campi offrivano in varietà e abbondanza alimenti e frutti prelibati senza bisogno di coltivarli; ognuno aveva armenti bastevoli a coprire il desiderio individuale di possesso e ciò non faceva nascere invidia per gli altri, garantendo una pacifica convivenza. Alimento principe della quotidiana festa della vita era il miele che stillava dalle querce, di cui indifferentemente si cibavano uomini e dei. E Krono dormiva, ebbro di miele, il primo sonno del mondo quando il figlio Zeus l'incatenò per portarlo nell'esilio dorato delle Isole dei Beati.

E presso Orfeo Krono con il miele è preso in trappola da Zeus:

pieno di miele infatti si ubriaca ... In Orfeo invero dice la Notte,

suggerendo a Zeus l'inganno del miele:

Quando lo vedrai appunto sotto le querce dalle alte chiome,

ubriaco per le opere delle api acutamente ronzanti,

legalo.

Proprio questo subisce Krono, e una volta legato, come Urano viene evirato ... 1

Porfirio, Sull'antro delle Ninfe, 16.

All'età dell'oro subentrò quella dell'argento: gli uomini perdettero di vigore, nel corpo e nell'anima; a lungo sottoposti alla tutela materna, al momento dell'emancipazione non erano in grado di realizzare una ragionevole convivenza, azzuffandosi di continuo e dimenticandosi di rendere omaggio agli dei, con le pratiche di devozione e i sacrifici che sarebbero loro spettati. Così Zeus li fece scomparire, puntando su una nuova generazione, quella della cosiddetta età del bronzo. A questa generazione, che Zeus avrebbe fatto nascere dai frassini, si può collegare l'informazione per cui le Melie, nate dal sangue di Urano, avrebbero avuto a che fare con l'origine degli uomini. Comunque, che gli uomini rigenerati fossero comparsi ai piedi di questi alberi come dei frutti maturi caduti o che fossero nati dalle loro ninfe, le Melie appunto, essi si rivelarono da subito bellicosi (vennero al mondo già provvisti di armi di bronzo), insolenti e sanguigni, come dimostra tra l'altro il fatto che adottavano un regime alimentare a base di carne, contrariamente ai loro predecessori vegetariani. L'età del bronzo si svolse in due tempi. Inghiottiti dalla Morte i suoi primi indegni rappresentanti, gli dei si provvidero di nuovi interlocutori umani generando essi stessi dei figli con madri mortali. Fu questa la generazione degli eroi semidivini che combatterono a Tebe e a Troia e che, dopo la morte, andarono a condividere con Krono la dolce e remota sede delle Isole dei Beati. Infine con l'età del ferro apparve l'ultima generazione (la stessa di Esiodo) di qualità pessima, nonostante gli esempi di magnanimità, coraggio e rispetto per gli dei forniti dagli Eroi. Va da sé che su di essi incomba pesantemente il rischio di un nuovo annientamento. Per gli uomini, le donne e le loro azioni è il monito del giudizio morale: l'umanità è messa in guardia dalla ybris, dall'eccesso. È questo un vocabolo usato specialmente per indicare il modo di comportarsi verso gli altri, significa: tracotanza, temerità, insolenza, violenza, maltrattamento, oltraggio, onta; generalmente indica ogni arroganza, ogni insolenza e denota l'interna disposizione della protervia, dell'empietà, sfrenatezza e dissolutezza.

Questa concezione del futuro come degradazione si contrappone a quella del senso comune moderno. I cambiamenti dei modi e dei rapporti di produzione hanno generato nei secoli un nuovo rapporto col futuro: lo scorrere del tempo è parallelo alla crescita e al progresso, un naturale sviluppo di emancipazione dell'umanità dai bisogni e dalle sofferenze.

È probabile che l'antica concezione sia legata al passaggio dalla plurimillenaria società nomade basata sulla caccia e la raccolta di frutti, vicina dunque a quella degli altri animali sociali, a una società agricola e stanziale, con una rottura del rapporto forte umanità - natura. Non è solo Esiodo a raccontare quest'evento, anche nella tradizione giudaica si dice:

Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell'albero del quale ti avevo proibito di mangiare, sia maledetta la terra per cagion tua; con fatica trarrai da essa il nutrimento per tutto il tempo di tua vita; essa ti produrrà spine e triboli; ti nutrirai dell'erba dei campi. Col sudor di tua fronte mangerai il pane, finché ritornerai alla terra da cui sei stato tratto, poiché tu sei polvere e in polvere ritornerai!

Bibbia, Genesi , 3, 17 - 19.

Così è anche nella tradizione latina:

Fu lo stesso Padre celeste a volere che fosse difficile praticare la coltivazione della terra e lui per primo indusse gli uomini a inventar l'arte di muover le zolle, aguzzando l'ingegno umano con gli affanni, né permise che il suo regno intorpidisse in un ozio letargico. Prima di Giove non c'erano uomini che lavorassero la terra per soggiogarla, e non era lecito zapparla o segnare e limitar dei confini; in comune si cercavano i frutti, e il suolo spontaneamente produceva ogni cosa assai più generoso, senza che alcuno dovesse sollecitarlo. Egli istillò nei serpenti il maligno veleno, indusse i lupi a divenir predatori e volle il mare esposto alle tempeste; scosse via il miele da sotto le foglie, si prese il fuoco e fermò il vino che ovunque scorreva a rivoli: tutto ciò perché lo stimolo della necessita e, in suo aiuto, il pensiero a poco a poco facessero inventare le varie arti, come cercar lo stelo di grano nei solchi o far scaturire il fuoco nascosto nel cuore della selce. Fu così che per la prima volta i fiumi avvertirono il peso delle chiglie d'ontano, che il nocchiere scoprì il ritmo e diede un nome alle stelle: le Pleiadi, le Iadi, l'Orsa luminosa di Licaone; fu poi trovato il modo di catturar le fiere con i lacci, di attrarle nel vischio e di assediar con i cani le balze boscose. E c'è chi sferza con la fionda il largo fiume, onde raggiungerne il fondo, e chi ritira dal mare le umide reti; e dopo ancora fu scoperto il duro ferro e inventata la lama della sega che stride (poiché prima solo con i cunei potevano gli uomini spaccare la legna fendibile) e nacquero insomma tutte le arti.

Virgilio, Georgiche , I

In questa visione di una progressiva degradazione della storia umana il tempo porta inevitabilmente la rovina, oltre che la palingenesi. Ogni rottura dell'ordine temporale della vita comporta la catastrofe, ordine temporale e ordine morale sono intrecciati. C'è un rapporto tra stagione e occasione e tra le stagioni e le età dell'uomo come mostra l'enigma della Sfinge: qual è l'animale che al mattino va a quattro zampe, a mezzogiorno a due e la sera a tre?

Per Esiodo, così come per i suoi contemporanei, le divine Horai, (le Ore, le stagioni), sono Eunomia (l'Ordine), Dike (la Giustizia) ed Eirene (La Pace), insieme alle tre Parche, Cloto, Lachésis e Atropos esse nella Teogonia (901 e passim ) sono le figlie di Themi (l'Equità) e di Zeus. Queste divinità presiedono ai destini umani, al processo di individuazione. Molto prima dell'avvento della filosofia le concezioni della giustizia e dell'ordine sociale sono strettamente legate allo scorrere del tempo, alle stagioni dell'anno e alle tre età dell'uomo. Tempo e giustizia sono dunque legati nel mito, la giustizia è concepita come ordine morale della vita umana e il tempo non è solo un fenomeno naturale bensì un aspetto dell'ordine morale della natura.

 

Note

1.    La citazione trova un appoggio antico in un passo di Platone. Tratto da Giorgio Colli, La sapienza greca , vol. I, Milano, Adelphi, 1995.

da Variazioni sul Tempo (Università della Calabria)

 

 

 

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