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VARIAZIONI SUL TEMPO autori vari 

 

Le parole del tempo in Omero ed Esiodo

Le opere di Omero e di Esiodo, quelle dei poeti lirici, degli autori delle tragedie e delle commedie del periodo classico sono miniere d'informazioni sulle concezioni e le esperienze temporali dell'antica Grecia. Queste indicazioni possono essere completate grazie ad altre fonti come ad esempio le credenze religiose, i miti, i costumi e le abitudini, insomma da un'analisi della vita quotidiana in una città dell'antica Grecia. Dopo Omero ed Esiodo verranno prodotti in epoca classica i calendari cittadini, sintomo dello sviluppo delle poleis ; uno sviluppo che renderà necessarie nuove istituzioni, nuove complessità temporali, di cui saranno testimoni gli autori lirici e classici.

Krono, tempo, durata della vita. È uno dei termini omerici usato per designare il tempo, ma solo in alcuni tipi di enunciati, indica un intervallo temporale. Krono nel ramo genealogico dei Titani è il figlio più giovane d'Urano (il Cielo) e di Gaia (la Terra). Appartiene perciò alla prima generazione divina, quella anteriore a Zeus e agli Olimpici. Fu il solo fra tutti i suoi fratelli, ad aiutare la madre a vendicarsi del padre e, col falcetto ch'ella gli dette, gli tagliò i testicoli. Poi prese il suo posto in cielo e si affrettò a far ripiombare nel Tartaro i suoi fratelli, gli Ecatonchiri «i Giganti dalle Cento Mani», e i Ciclopi, imprigionati un tempo da Urano, e che egli aveva liberato dietro preghiera della loro comune madre Gaia. Una volta padrone del mondo sposò la propria sorella Rea e poiché Urano e Gaia, depositari della saggezza e della conoscenza dell'avvenire, gli avevano predetto che sarebbe stato detronizzato da uno dei suoi figli, divorava questi man mano che nascevano. Così generò e successivamente divorò Estia, Demetra, Era, Ade e Poseidone. Adirata nel vedersi privata in tal modo di tutti i suoi figli, Rea, incinta di Zeus, fuggì a Creta dove partorì segretamente a Ditteo. Poi, avvolgendo una pietra con panni, la dette a Krono perché la divorasse. Egli la inghiottì senza accorgersi dell'inganno. Zeus quando fu adulto aiutato da Meti, una delle figlie d'Oceano, o dalla stessa Gaia, fece ingerire a Krono una droga che lo costrinse a vomitare tutti i figli divorati. Questi, guidati dal loro giovane fratello Zeus, dichiararono guerra a Krono, che aveva come alleati i suoi fratelli Titani. La guerra durò dieci anni, e un oracolo della terra promise infine la vittoria a Zeus se avesse preso come alleati gli esseri fatti precipitare un tempo da Krono nel Tartaro. Zeus li liberò e riportò la vittoria. Allora Krono e i Titani furono incatenati al posto degli Ecatonchiri, che divennero i loro guardiani. Oltre ai figli di Rea, Krono mutatosi in cavallo, aveva avuto da Filira il centauro Chirone, un essere immortale dalla doppia natura, metà uomo e metà cavallo. Altre narrazioni gli attribuiscono anche la paternità d'Efesto, ch'egli avrebbe avuto da Era. Certe altre fanno di Afrodite sua figlia, e non quella d'Urano. Nella tradizione religiosa orfica Krono appare liberato dalle catene, riconciliato con Zeus e dimorante nelle Isole dei Beati. Proprio questa riconciliazione di Krono con Zeus che considera Krono come un re buono, il primo che abbia regnato sul cielo e sulla terra, ha portato alle leggende dell'Età dell'oro. Si raccontava in Grecia che in quei tempi lontanissimi egli regnasse ad Olimpia 1. In Italia, in cui Krono è stato ben presto identificato con Saturno, si poneva il suo trono sul Campidoglio. Gli si attribuiva il regno dell'Africa, della Sicilia e in genere di tutto l'Occidente Mediterraneo. Più tardi, quando gli uomini erano diventati malvagi, con la generazione di bronzo, e soprattutto quella di ferro, Krono era risalito al Cielo. Krono è il Tempo personificato ( Kronos è simile a chronos «il tempo»). Una leggenda siriaca, riferita da Filone di Biblo, racconta come Krono figlio di Urano mutilò il padre consigliato da Ermete Trismegisto, con l'aiuto dei suoi fratelli Betilo, Dagone e Atlante. Si tratta di un'ellenizzazione tardiva di antichissime credenze "siroittite" 2.

 

Krono pensiero complesso [suo epiteto, ndr ].

Omero, Iliade , IV (59)

 

perché da molto tempo stanno lontani

dall'amore e dal letto, da quando cadde l'ira nell'animo .

Omero, Iliade , XIV (206 - 207)

 

È meglio in una volta o morire o salvarsi,

che a lungo lasciarsi stremare nel massacro feroce,

senza difendersi, qui fra le navi, da guerrieri più deboli».

Omero, Iliade, XV (511 - 513)  

 

 

Aion: età, lungo tempo, secolo, eternità. È il tempo della vita, lo slancio vitale, dunque il tempo della morte; infatti il tempo è innanzitutto durata limitata della vita. In Platone significherà poi l'eternità. Perdere l' aion vuol dire morire.

 

Perciò Simoesio lo dissero; ma ai suoi genitori non rese compenso, breve per lui la vita fu, poiché cadde sotto la lancia d'Aiace magnanimo.

Omero, Iliade , IV (477 - 479)

 

E gli rispose, sfinito, Ettore elmo lucente:

«Chi sei tu, ottimo dio, che m'interroghi?

Non sai che presso le poppe delle navi achee,

m'ha colto Aiace forte nel grido, mentre gli uccido i compagni,

nel petto con un macigno, ha fermato la mia forza ardente?

E io credevo che i morti e le case dell'Ade

in questo giorno avrei visto, ché ormai esalavo il respiro.»

Omero, Iliade , XV (252, 246)

 

Sul promontorio, seduto, lo scorse: mai gli occhi

erano asciutti di lacrime, ma consumava la vita soave

sospirando il ritorno, perché non gli piaceva la ninfa.

Omero, Odissea , V (151 - 153)

 

Kairos è il tempo giusto, adatto, il momento propizio, la buona occasione.

 

Ore: divisione determinata di tempo: stagione. In origine si considerava l'anno diviso in tre stagioni: ear, la primavera; theros , l'estate; cheimon, l'inverno. Si chiamano Ore, con una traduzione abusiva del loro nome latino «Horae», le divinità delle Stagioni. Solo molto tardi giunsero a personificare le ore del giorno. Le Ore sono figlie di Zeus e di Themi e sorelle delle Moire; sono tre: Eunomia, Dike e Irene, cioè: Disciplina, Giustizia e Pace. Tuttavia gli Ateniesi le chiamavano Tallo, Auxo e Carpo, tre nomi che evocano l'idea di spuntare, di crescere e di fruttificare. Le Ore hanno un doppio aspetto: divinità della Natura, presiedono al ciclo della vegetazione; divinità dell'ordine, sono figlie di Themi. Quest'ultima personifica il principio dell'equità che stabilisce "a ciascuno il suo", mentre sua figlia Dike è la giustizia secondo il principio: "a tutti la stessa cosa". Le Ore assicurano il mantenimento della società. Nell'Olimpo hanno funzioni diverse: vegliano sulle porte della dimora divina, passano talvolta per aver allevato Era, di cui sono le serve; proprio loro staccano i cavalli dal suo carro e altrove sono incaricate dello stesso ufficio presso il Sole. Sono anche al seguito d'Afrodite, allo stesso titolo delle Cariti, e figurano nel corteo di Dioniso e fra le compagne di giochi di Persefone. Infine Pan, dio dei boschi e delle greggi, ama la loro compagnia. Sono raffigurate come tre ragazze in atteggiamento elegante, mentre tengono in mano un fiore o una pianta, ma sono considerate come esseri astratti, dalla personalità incerta, e non hanno quasi alcuna parte nelle narrazioni. Soltanto in una allegoria tardiva si dà una delle Ore in sposa a Zefiro (il Vento dell'ovest, il vento per eccellenza della primavera), dal quale ebbe un figlio, Carpo («il frutto»). Le tre Moire, Moirai , sono la personificazione del destino di ciascuno, della parte che gli spetta in questo mondo. Queste tre filatrici sono figlie di Zeus e di Themi, e sorelle delle Ore. Secondo un'altra genealogia, sono figlie della Notte, come le Chere, e appartengono, perciò, alla prima generazione divina, quella delle forze elementari del mondo. Secondo le narrazioni orfiche invece sono figlie di Ananke, la Necessità. In origine ogni essere umano ha la sua moira, cioè la sua «parte» (di vita, di felicità, di sfortuna ecc.). Poi quest'astrazione è diventata ben presto una divinità tendendo a rassomigliare alle Chere, senza tuttavia diventare mai, come queste, demoni violenti e sanguinari.

Impersonale, la Moira è inflessibile quanto il destino; incarna una legge che pure gli dei non possono trasgredire senza mettere in pericolo l'ordine del mondo. Proprio la Moira impedisce a questa o a quella divinità di portare soccorso a un dato eroe sul campo di battaglia, allorché la sua «ora» è arrivata. A poco a poco, sembra che si sia sviluppata l'idea di una Moira universale, che domina il destino di tutti gli umani e, soprattutto dopo le epopee omeriche, di tre Moire, le tre sorelle: Atropo (che non può essere dissuasa), Cloto (la filatrice), e Lachesi (la misuratrice). Esse regolavano la durata della vita dalla nascita alla morte per ogni mortale con l'aiuto d'un filo, che la prima filava, la seconda avvolgeva e la terza tagliava allorché la vita corrispondente era terminata. Sono anche menzionate accanto a Tiche (la Sorte, la Fortuna), che incarna una nozione affine. Le Moire sono la simbolizzazione d'un concetto del mondo a metà filosofico e a metà religioso.

 

Era con la frusta toccò vivamente i cavalli;

e cigolaron da sole le porte del cielo, che l'Ore sorvegliano,

l'Ore, a cui il cielo vasto è confidato e l'Olimpo,

se scostare o calare la densa nube si debba.

Omero , Iliade, V (748 - 751)

 

Ma quando il termine della mercede le gaie stagioni

portarono, tutta la paga allora ci negò con violenza

quel pazzo di Laomedonte, ci mandò via con minacce:

Omero , Iliade, XXI (450 - 452)

 

 

Così tre anni tenne nascosto l'inganno e illuse gli Achei.

Ma quando arrivò il quarto anno e le stagioni tornarono,

una donna lo disse, che bene sapeva,

e la cogliemmo a disfare la splendida tela.

Omero, Odissea, II (106 - 109)

 

Ma quando fu un anno, le stagioni tornarono,

consumandosi i mesi, i giorni si fecero lunghi,

allora in disparte chiamandomi, dissero i fedeli compagni:

Omero, Odissea , X (469 - 471)

 

Ma quando fu un anno e le stagioni ebbero concluso il loro corso

col trascorrere dei mesi e si compì il giro di molti giorni,

lei partorì nove fanciulle, di animo concorde

Esiodo, Teogonia (58 - 61)

 

Prepara tutti gli attrezzi adatti dentro la casa,

ché tu non debba chiederli ad altri e, se rifiutano, rimanerne privo;

la giusta stagione scivola via e il tuo lavoro ne soffre.

Esiodo, Opere e giorni (407 - 409)

 

 

Mese: meis inv. di mens. Dal sanscrito mâs, Luna, e dalla radice comune , misurare (da cui deriva anche metro); mên, misura del tempo. Nell'antica Grecia il mese si basava sulle fasi Lunari, l'antica radice sanscrita che accomuna il mese e la Luna è rintracciabile anche nei rispettivi termini della lingua inglese e tedesca.

 

questa portava in grembo un caro figlio, era il settimo mese;

Omero, Iliade , XIX (117)

 

E stai attento, che d'inverno questo è il mese

più duro, funesto alle greggi, funesto agli uomini.

Esiodo, Opere e giorni (557 - 558)

 

Emera: il giorno in opposizione alla notte. Utilizzato sia come nostimon emer , giorno del ritorno, che come doulion emer , giorno della riduzione in schiavitù. Orthros, proi: prima parte del mattino; Perì, amphì, agoran plethousan, circa dalle nove alle dodici; mesembria e meson emeras: dalle dodici alle due del pomeriggio; mezzogiorno deile; pomeriggio, suddiviso in proia, la prima metà; opsia la seconda. Emera è il giorno dal nascere del sole fino al suo tramonto, inteso non come numero regolare di ore ma come "giorno particolare", passaggio fondamentale della vita. Nel mito greco è anche una divinità femminile figlia di Notte (Nyx) e di Erebo e sorella d'Etere. Nella Teogonia Esiodo descrive il modo in cui Emera e la Notte si incontrano e si salutano davanti alla dimora di quest'ultima, poiché non possono restare entrambe sotto lo stesso tetto.

 

Egli domani saprà il suo valore e se regge

all'urto della mia lancia; ma, credo, fra i primi

rimarrà steso, colpito, e intorno molti compagni,

domani, al sorger del sole. Ah se potessi

essere un immortale, senza vecchiaia per sempre,

onore avessi, come Atena e Apollo s'onorano,

come questa giornata porterà danno agli Argivi. »

Così parlò Ettore e i Troiani acclamarono.

Omero, Iliade , VIII (535 - 542)

«Aiace bugiardo, fanfarone, che hai detto?

Oh così foss'io figlio di Zeus egíoco

per sempre, dato m'avesse Era sovrana della luce,

fossi onorato come s'onorano Atena e Apollo,

come oggi questa giornata porterà male agli Argivi,

a tutti e molto; e ucciso fra quelli sarai, se tu soffri

d'attendere l'asta mia lunga, che il tuo corpo bianco

morderà; dei Troiani sazierai carni e uccelli

col corpo e le carni, caduto davanti alle navi. »

Omero, Iliade , XIII, (824 - 832).

 

«Che giorno è questo per me, dèi buoni? Io ne godo:

figlio e nipote di valore gareggiano»

Omero, Odissea , XXIV (514 - 515)

 

Saldamente, là dove Notte e Giorno facendosi più vicini

si parlano l'un l'altro varcando la grande soglia

di bronzo: l'uno scende dentro, l'altro per la porta

si allontana, né mai all'interno la casa li contiene entrambi,

ma sempre l'uno uscendo dalle dimore

percorre la terra, mentre l'altro stando dentro casa

attende il momento del suo viaggio, finché venga;

l'uno avendo per i terrestri la luce che molto vede,

mentre l'altra reca tra le mani Sonno, fratello di Morte,

Notte funesta, avvolta da una nube di tenebra.

Esiodo, Teogonia , (748 - 757)

Questi infatti sono i giorni che vengono da Zeus saggio.

Esiodo, Opere e giorni , (769)  

 

Eos è la personificazione dell'Aurora. Appartiene alla prima generazione divina, quella dei Titani. È infatti figlia d'Iperione e di Teia e sorella d'Elio e di Selene; secondo altre tradizioni è figlia di Pallante. Con Astreo, un dio della stessa stirpe (era figlio di Crio e d'Euribia, e fratello del gigante Pallante), generò i Venti: Zefiro, Borea e Noto, e così Eosforo, la «Fiaccola dell'Aurora» e gli Astri. È rappresentata come una dea le cui dita «color di rosa» aprono le porte del Cielo al carro del Sole. La sua leggenda è totalmente costellata dei suoi amori. Un tempo, si racconta, si era unita ad Ares, attirandosi così la collera d'Afrodite, che l'aveva punita facendone una eterna innamorata. I suoi vari amanti furono: il gigante Orione, figlio di Poseidone, ch'ella rapì e portò a Delo; poi Cefalo, figlio di Deione e di Diomeda (figlia di Suto) o, secondo altri, figlio d'Erse e d'Ermes. Ella lo rapì e lo portò in Siria dove gli diede un figlio, Fetonte (che è ritenuto in genere figlio del Sole). Infine ella rapì Titono, figlio d'Ilo e di Placia (o di Leucippe), della stirpe troiana, e lo portò in Etiopia che nelle vecchie leggende è il paese del Sole. Qui ella gli diede due figli: Emazione e Memnone. Questi, che sembra essere stato il figlio preferito, regnò sugli Etiopi e morì davanti a Troia combattendo contro Achille. Eos aveva ottenuto da Zeus che Titono diventasse immortale, però aveva omesso di chiedere per lui l'eterna giovinezza. Così Titono, invecchiando, fu prostrato da infermità. A lungo andare Eos lo rinchiuse nel suo palazzo dove conduceva una vita misera. Oppure a forza d'invecchiare perse l'aspetto umano e diventò una cicala tutta rinsecchita.

 

Ma quando, figlia di luce, brillò l'Aurora dita di rosa

Questo verso ricorre venti volte nell' Odissea e due nell' Iliade

Teia il grande Sole e Selene splendente

e Aurora, che per tutti gli abitatori della terra riluce

e per gli dei immortali che possiedono il vasto cielo,

generò, da Iperione domata in amore.

Esiodo, Teogonia (371 - 374).

Infatti è fredda l'aurora quando Borea s'abbatte;

Esiodo, Opere e giorni (547)

 

Note

  1. Grimal Pierre, Dizionario della mitologia greca e romana , Brescia, Paideia Editrice, 1987.
  2. Filone afferma di riportare uno scritto di Sanchuniaton, vissuto intorno al 1250 a.C., l'opera di Filone è ricostruibile tramite Eusebio di Cesarea, che ne riporta i brani nel I e IV capitolo della Praparatio Evangelica.

 da Variazioni sul Tempo (Università della Calabria)

 

 

 

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