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ETERNO RITORNO E RESPONSABILITÀ DELL'UOMO di Gianni Vattimo

[L'idea dell'eterno ritorno dell'eguale] significa infatti, almeno in un primo senso, quella coscienza eraclitea chiarissima del fluire e del passare incessante di tutte le cose, coscienza che, a chi non abbia un coraggio super umano, toglierebbe ogni capacità di agire. Questo primo significato dell'idea dell'eterno ritorno spiega anche in che senso il primo nichilista compiuto sia anche quello che per primo supera il nichilismo. Si può dire che l'ultimo gradino della scala del nichilismo (insensatezza di tutte le cose dato il divenire inarrestabile) è anche il primo passo nel superamento di esso. Capire questo significa capire anche in che senso la prospettiva di Nietzsche è ben lontano dall'affidare il filosofare e la verità all'arbitrio e all'irrazionale.
Se infatti il divenire è un eterno ritorno dell'eguale, cioè non ha una direzione né uno sviluppo come voleva lo storicismo, la decisione per un verso diventa un assoluto, per l'altro diventa determinante non di un solo punto della storia, ma della storia nella sua totalità. Sono questi caratteri che, apparentemente in contraddizione, Nietzsche attribuisce appunto alla decisione una volta che si sia riconosciuto l'eterno ritorno dell'eguale.
Anzitutto: se il divenire non è uno sviluppo organizzato secondo leggi, ogni punto di esso equivarrà ad ogni altro punto (anzi, in realtà non si distingueranno) e nessuno potrà avere una priorità di valore sugli altri; nessuna decisione potrà dirsi determinata o condizionata da altro. In un mondo dove non c'è storia come divenire storicistico, la decisione è davvero un assoluto. È la decisione non inclusa in nessun orizzonte, ma semmai istituente un orizzonte, che sembra costituire il problema del frammento autobiografico del 63. Essa non è in un mondo, ma appunto, come dirà l'ultima lettera a Burckhardt, fonda e istituisce, crea il mondo. È di questo che dev'essere cosciente il superuomo nietzscheano. Può questa consapevolezza risolversi in leggerezza o arbitrio? Che cosa c'è di più severo dell'imperativo: agisci come se quello che stai per fare dovesse ripetersi eternamente?
Il pensiero dell'eterno ritorno e così piuttosto un appello alla responsabilità e alla assunzione di responsabilità. Il mondo è diventato favola: ciò significa che non c'è nessuna garanzia di ciò che facciamo o diciamo, che tutta la responsabilità ricade su di noi. Anche la morte di Dio, che Zarathustra annuncia, non è altro che la fine delle garanzie di cui si era circondato l'uomo della metafisica tradizionale per liberarsi dalla responsabilità piena delle sue azioni. È infatti "il dio morale" che è morto, cioè il dio dell'ordine costituito una volta per tutte.
L'uomo nuovo che Nietzsche progetta e a cui vuole preparare la via con il suo pensiero è l'uomo capace di assumersi in pieno alle proprie responsabilità. Ecco perché nei frammenti del Wille zur Macht, l'opera che Nietzsche progettava come summa del suo pensiero e che non portò mai a termine, a tanta importanza il concetto di Rangordnung, di gerarchia di valori, ma nel suo aspetto dinamico, come istituzione di questo ordine dei valori.
Si è voluto interpretare soprattutto questo aspetto del pensiero di Nietzsche come una apologia dell'autoritarismo, delle superomismo politico di cui la prima metà del novecento ci ha dato alcuni tristi esempi. In realtà la fondazione e la promulgazione di tavole di valori è un compito che Nietzsche propone a tutti gli uomini. Egli si rende però conto che, per fondare autenticamente dei valori, per fare qualcosa di significativo nella storia, occorre esservi preparati. Tutti sono chiamati a fare qualcosa di significativo, ma pochi ci riescono.
Ridotta così, la posizione di Nietzsche diventa addirittura banale. E lo sarebbe, se non ci fosse al fondo di essa sempre qualcosa di misterioso e di difficilmente esprimibile al di fuori dell'aura mitica dentro cui Nietzsche volutamente lo lascia. Un intero libro del Wille zur Macht porta il titolo (deciso da gli editori, ma sulla base di appunti di Nietzsche) di "disciplina e educazione"; ma meglio ancora Zucht (disciplina) andrebbe tradotto con allevamento, e si usa ugualmente per gli animali. È noto del resto quanto Nietzsche insista sul concetto di razza, e anche questo lo ha fatto annoverare tra i profeti del nazismo. Ma chi cerchi di interpretare questo concetto in fedeltà al significato complessivo del pensiero di Nietzsche riconoscerà che, con questa insistenza sulla razza più che sull'educazione nel senso consueto della parola, Nietzsche non vuol far altro che accentuare il carattere remoto, e perciò più biologico che pedagogico e culturale, della preparazione occorrente all'uomo che fa qualcosa di decisivo nella storia, quel superuomo capace di sopportare l'idea dell'eterno ritorno e di accampare la sua decisione al di fuori degli orizzonti stabiliti, al di fuori di ogni garanzia.
È questa, per esempio, la ragione per cui filosofi non si diventa, ma si nasce. "Per stimare il valore delle cose non basta conoscerle, seppur questo è necessario. Bisogna che si possa assegnare loro il valore, bisogna essere uno che ha il diritto di assegnare valori". Ora, chi mi dà il diritto di considerarmi legislatore? È bensì un diritto che si ha in quanto si decide di prenderlo, ma anche questa decisione implica una sorta di predestinazione. "C'è qualcosa nel fondo dello spirito che non si può insegnare: un masso granitico di fato, di decisione già presa su tutti i problemi nel loro commisurarsi e riferirsi a noi, e insieme un diritto a determinati problemi, un loro essere segnati a fuoco col nostro nome".
Questa predestinazione non vuol dire niente altro se non che la possibilità per l'uomo di fare qualcosa di significativo nella storia nasce da un radicamento remoto, da un rapporto originario che forse risponde proprio al problema restato aperto nel frammento autobiografico del 63. È vero che non viene risolta la questione dell'orizzonte dell'azione e della decisione, anzi la decisione e l'azione soltanto sono capaci di fondare l'orizzonte. Ma il frammento del 63 accennava già a qualcos'altro, che qui sembra venire ora in piena evidenza, e cioè la presenza di una forza reggente e guidante. Prima delle parole conclusive che abbiamo riportato all'inizio, Nietzsche scriveva in quelle pagine: "così, io posso guardare con gratitudine a tutto quanto mi è accaduto finora, sia esso gioia o dolore, e gli eventi mi hanno finora condotto con un bambino...". Questa forza che guida l'uomo, che fa cadere a un certo punto con potere irresistibile i legami che lo racchiudevano, è ora il radicamento remoto che permette al superuomo di essere quello che è, di sopportare la difficile idea dell'eterno ritorno e di decidere accampando la propria decisione nell'eternità.

Decisione e rapporto con l'essere.

Si scopre qui l'ultimo e più profondo significato dell'idea dell'eterno ritorno, quello che, nonostante tutto, potrebbe far parlare, in senso molto largo, di un Nietzsche religioso, o almeno certamente di un Nietzsche ontologo o ontologista. Se è vero, da un lato, che la decisione non ha un orizzonte precostituito ma anzi fonda essa stessa il proprio orizzonte, propri perché il divenire storico non ha più quel senso reggente che gli aveva riconosciuto lo storicismo, è anche vero che il potere di decidere viene all'uomo non per un atto arbitrario, ma per una sorta di remoto radicamento di cui Nietzsche dice poco, e a cui allude con molte metafore biologiche, compresa quella di razza. Ora, questo radicamento fa pensare che la decisione, nonostante tutto, si definisce pure in rapporto a qualcosa, benché questo qualcosa non possa essere né il mondo (della natura o della storia) ne Dio, inteso nel senso tradizionale. C'è insomma, al di là della caduta degli orizzonti, un rapporto costitutivo della decisione e del superuomo.
Che cos'è questo rapporto, e con che cosa? L'unica risposta possibile, che Nietzsche non ha dato esplicitamente ma che si deve ipotizzare in base al resto del suo pensiero, è che questo rapporto che fonda e costituisce originariamente la decisione - la quale a sua volta sta alla base del tempo, delle sue dimensioni di passato e di futuro, e di tutti i rapporti storicamente individuati - sia il rapporto con la totalità dell'essere: "accettare e approvare un singolo fatto significa approvare il tutto, la totalità del passato e del presente".
Della resto, è anche questo un senso possibile dei discorsi sulla responsabilità di ogni singola decisione, nella quale è implicato il destino di tutto. Demolita la struttura seriale del tempo, o almeno riconosciutala come non originaria, anche la decisione non si colloca più in rapporto con questo quel momento del tempo, ma con la totalità del divenire e dell'essere (non più distinti, a loro volta, come stabilità-verità e apparenza ingannevole). E da questo rapporto, come sembra già suggerire il frammento autobiografico del 63, viene qualificata e in un certo senso determinata.
È il rapporto con il tutto, il remoto radicamento nella totalità dell'essere che dà al filosofo il diritto di filosofare, cioè di legiferare. Vale a dire, tradotto al livello del discorso sulla storia da cui siamo mossi, che il divenire della storia è garantito come divenire e come novità solo in quanto scaturisce da una origine, da un essere che ha come caratteristica la creatività, l'originarietà nel senso appunto di essere un'origine permanente e sempre attiva, non mai accaduta una volta per tutte, delle cose.
Se il divenire della storia fosse affidato a una decisione arbitraria dell'uomo non si potrebbe parlare di vera novità. Niente più del cosiddetto arbitrario è legato alle condizioni esistenti: l'umore, l'eredità biologica, le preferenze istintive. Nietzsche non vede la storia come natura in questo senso, nel senso cioè che la novità storica sia un prodotto dell'istinto o della "vita" nel senso banale e bruto del termine. La storia è per lui natura semmai in un altro senso, nel senso della parola greca physis, che vuol dire forza originante, scaturigine permanente, sorgente attuale della novità, origine, nascimento. È questa, in ultima analisi, la ragione per cui per Nietzsche non si può parlare di un mondo dato una volta per tutte in rapporto a cui la proposizione si verifichi vera in quanto conforme. Non esiste il mondo, esistono dei mondi come posizioni sempre in movimento dell'origine, la quale genera i mondi come, o in quanto (e forse è lo stesso), genera le prospettive entro cui essi si rivelano. Il modo di accostarsi alla verità non è quindi quello di arrivare a vedere finalmente le cose come stanno, giacché esse non "stanno" affatto, ma piuttosto - e qui andiamo ancora oltre la lettera dei testi nietzscheani - mantenersi in rapporto con l'origine, evitare di perdersi all'interno della propria prospettiva storica assolutizzandola, identificandola immediatamente con la realtà. Tutto questo è contenuto nell'idea Nietzscheana dell'eterno ritorno dell'eguale, e l'uomo che Nietzsche vuol preparare con la sua filosofia, il superuomo, e quello capaci di vivere in questo mondo, nell'essere così inteso e compresa.
Nietzsche non manca, paradossalmente, di dare una specie di giustificazione storica della sua esigenza di una nuova umanità. È quella che si può trovare per esempio nell'aforisma 953 del Wille zur Macht, proprio nel libro intitolato Zucht und Zuchtung. Con il progresso della tecnica, l'uomo avrà bisogno di sempre meno virtù per sopravvivere nel mondo, giacché le esterne condizioni di difficoltà da cui le virtù erano state originate saranno scomparse. A questo punto, davanti all'uomo si apriranno due vie: o abbandonarsi totalmente alla mediocrità e alla massificazione, perdendo, con la necessità di ingegnarsi, anche tutte le virtù che via via nella storia aveva acquistato, in un processo involutivo che non sappiamo dove si fermerebbe; oppure dedicarsi consapevolmente alla propria auto formazione, divenuta finalmente libera dalla casualità impostagli dalle varie esigenze esteriori.
Se si vuole, il mondo in cui la verità come stabilità e diventata favola è il nuovo mondo della tecnica, dove sempre più vien in luce che le cose non sono quali sono, ma quali noi le facciamo. Anche il senso del termine e del concetto di essere, in un mondo in cui l'uomo non incontra più ciò che è, ma ciò che è stato prodotto, devono rinnovarsi. L'essere, pensa Nietzsche, non può più apparirci come la stabilità del dato, ma come la dinamicità dell'origine permanentemente viva e originante. E anche l'uomo in questo mondo non è più lo stesso. Quale egli debba divenire possiamo solo ipotizzare in maniera approssimativa. Quello che sappiamo è che, per essere uomo in questo mondo, egli deve cominciare ad assumersi in pieno le proprie responsabilità.

 

 

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