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LA CONCEZIONE DI HENRI BERGSON di Chiara Procaccini

 

A partire dalla seconda metà dell'Ottocento, è la coscienza, ossia l'esperienza interiore, a ritornare valore primario e dato essenziale ai fini di una conoscenza autentica e profonda della realtà. E' un ritorno questo, propugnato dalla filosofia del vissuto a confutazione e in alternativa alla dottrina positivista, che riponeva sui dati della scienza l'unica conoscenza possibile della realtà.

La scienza, assurta con il Positivismo ad unico mezzo per l'interpretazione del reale, viene così ridimensionata dalla filosofia del vissuto a strumento di comprensione approssimativo e meccanico dei fatti e sostituito dalla testimonianza della coscienza che, attraverso intuizioni estemporanee, può penetrare nell'essenza più profonda delle cose.

Proprio questa contrapposizione, imperniata sull'interpretazione della "dimensione tempo", tra la coscienza interiore e l'esperienza esteriore scientifica, costituisce uno dei punti essenziali delle teo­rie innovative di Bergson, che egli introduce nell'opera "Saggio sui dati immediati della coscienza" (1899); Lo stesso filosofo, in una lettere indirizzata ad un amico, spiega la genesi del Saggio: "....Mi ero proposto, per la mia tesi di dottorato, di studiare i concetti fondamentali della meccanica. E cosi fui indotto ad occuparmi dell'idea del Tempo. Mi accorsi, non senza sorpresa, che in meccanica e in fisica non si tratta della durata propriamente detta e che il tempo di cui si parla è tutt'altra cosa. Mi chiesi allora dove fosse la durata reale e dove potesse esistere e perché la nostra matematica non avesse presa su di essa. E cosi fui gradualmente condotto dal punto di vista matematico e meccanicistico, in cui mi ero dapprima posto, al punto di vista psicologico. Da tale reazione è nato il "Saggio sui dati immediati della coscienza, in cui ho cercato di praticare una introspezione assolutamente diretta e di cogliere la pura durata".

 

La teoria bergsoniana sull'idea del tempo prende le mosse dalla distinzione tra:

 

- il tempo della scienza che è durata quantitativa

- il tempo della coscienza che è durata qualitativa.

 

Il tempo della scienza di cui si avvale la fisica, la matematica e in particolare la psicologia positivi­sta, è un tempo spazializzato, che è contraddistinto da istanti determinati, differenti gli uni dagli al­tri, misurabili solo quantitativamente e come tali associabili a dei punti spazio. Questo concetto trova la sua immagine significativa in una collana di perle tutte ordinate ma che si susseguono tra loro distinte.

Ora, secondo Bergson, vi è una tendenza comune a considerare alla stessa stregua i fenomeni temporali e quelli spaziali.

Quasi "ossessionati" dall'idea di spazio, lo introduciamo a nostra insaputa nella rappresentazione della successione temporale accostando cioè i nostri stati di coscienza in modo da percepirli l'uno accanto all'altro, come lungo una linea continua e collegando tali fatti psichici secondo un ordine cronologico o secondo il principio di causa-effetto.

La concezione del tempo di cui fa uso la scienza è senza dubbio fornita, secondo Bergson, di un certo grado di verità: esteriorizzando il tempo, come successione misurabile di istanti, la scienza riesce ad ottenere innegabili successi necessari alla vita pratica. Questa concezione nasconde però un grosso equivoco: quello di confondere il tempo con lo spazio e di esprimere la durata attraverso l'estensione.

Bergson contrappone così al tempo della scienza, che non fa altro che astrarre, quantificare e spazializzare, l'esperienza psicologica del nostro io, il tempo della coscienza (o della vita).
Egli non nega che il tempo della scienza possa essere applicato alla nostra coscienza, ma ciò è senza dubbio limitante: la critica che Bergson mosse al Positivismo fu proprio quella di essersi fermato alla superficie senza riuscire a cogliere l'essenza profonda delle cose che si cela dietro la loro apparenza.

Nella vita psichica non è possibile distinguere singoli istanti: i fatti di coscienza non sono quantificabili, ne è possibile disporli lungo una linea retta, cioè definirli in un determinato istante T e in un determinato punto dello spazio S.

Il nostro mondo interiore è un fluire qualitativo, intensivo e dinamico che si compone di momenti che sfuggono alle arbitrarie e violente giustapposizioni della psicologia positivista ma che al contrario si compenetrano tra loro e si fondono l'uno nell'altro: è un processo costante in cui questi momenti psichici si susseguono sommandosi, arricchendosi progressivamente e sviluppandosi, in virtù di questi continui apporti ricevuti, alla maniera di una valanga.

 

Il flusso di coscienza è perciò una durata qualitativa che continuamente muta e si accresce. La proprietà del tempo è infatti quella di scorrere: il tempo già scorso è il passato, nel quale confluiscono tutti i nostri ricordi, sentimenti, sensazioni che si riversano nel presente costituendo una realtà viva che a sua volta crea il futuro. La durata della nostra coscienza è così unità e associazione indistinta tra passato, presente e futuro, cioè una continuità dinamica e indivisa dei nostri stati di co­scienza, che garantisce sviluppo progressivo e creazione del nuovo.

Al contrario ciò che la scienza definisce tempo, misurabile quantitativamente, è la proiezione della durata nello spazio, necessario alla vita pratica, ma lontano dalla nostra vera intima coscienza.

Bergson illustra questo concetto con un celebre esempio: immaginiamo di sciogliere una zolletta di zucchero in un bicchiere d'acqua e di restare in attesa della sua completa soluzione; la fisica descri­verà il tempo di dissoluzione secondo una scala analitica che va da un istante iniziale a uno finale ma tale tempo oggettivato in cui lo zucchero si scioglie è, contemporaneamente, il tempo vissuto dalla mia coscienza che resta in attesa della soluzione.

Se la durata è definita come compenetrazione tra passato, presente e futuro, allora memoria, perce­zioni e aspettative, caratterizzanti le tre dimensioni temporali, non possono essere studiate indipen­dentemente le une dalle altre, come il Positivismo pretendeva essere fattibile, in quanto non sono blocchi distinti e esteriorizzabili.

La coscienza è infatti una stratificazione complessa e profonda, cui Bergson attribuisce uno svi­luppo verticale e non una progressione lineare e orizzontale.

Il rapporto tra percezione (cioè ciò che percepisco in ogni istante attuale) e memoria (cioè l'accumulo dei ricordi sempre integralmente presenti) viene rappresentato attraverso la figura di un cono rovesciato: il piano, tangente alla punta, rappresenta il tempo presente; la base, che rimane nascosta rappresenta invece il passato, infine la punta è l'intersezione tra la percezione attuale e la memoria che si trovano così in stretta relazione tanto da essere un tutto omogeneo.

 

La filosofia, il cui compito non è di servirsi degli oggetti ma di conoscerli, deve allora porsi sul piano della comprensione globale della realtà e studiare ciò che sta sotto la punta del cono: la pro­fondità, la molteplicità ovvero la memoria.

Fondamentale è la distinzione di Bergson tra due tipi di memoria:

 

- memoria meccanica o abitudinaria

- memoria spirituale o spontanea.

 

La memoria meccanica è quella di cui si fa uso ogni giorno per organizzare la vita, per ricordare temporaneamente delle nozioni. Questa forma di memoria è associata al ricordo immagine che ha una funzione pratica, in quanto contribuisce a costruire l'insieme di reazioni che si possono attuare di fronte agli stimoli dell'ambiente. Il ricordo-immagine è perciò la materializzazione, operata tramite il cervello, di un evento passato.

Proprio in quanto tale, Bergson ritiene che esso non sia che una parte limitata e astratta di una me­moria più complessa: la memoria spirituale.

La memoria spirituale registra tutti gli avvenimenti della nostra vita man mano che scorrono, anche se noi non ne siamo pienamente coscienti. Non è una memoria logico-razionale ma intuitiva e im­mediata, che esplode nei momenti più inaspettati come ricordo puro se stimolato da particolari im­magini suoni, profumi e in maniera irripetibile.

Reale è perciò solo il tempo della coscienza, ossia la durata, perché è irreversibile, indivisibile, unico, concreto e imprevedibile come lo sperimentiamo noi stessi.


 

 

 

 

 

 

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