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Il Tempo per Edmund Husserl

«Il tempo che per essenza inerisce al vissuto come tale, con i suoi modi di datità dell'adesso, del prima, del dopo, con la simultaneità e la successione modalmente determinati dai precedenti, non può essere misurato da nessuna posizione del sole, da nessun orologio, da nessun mezzo fisico: in generale, non può essere affatto misurato.» 

 

 Il punto di partenza di Husserl è la messa fuori gioco del tempo obbiettivo, nelle sue caratterizzazioni di tempo fisico o anche psicologico.

 

Ciò che intendiamo fare è un’analisi fenomenologica del tempo. Questo implica, come in tutte le analisi del genere, la totale esclusione di supposizioni, affermazioni, convinzioni quali che siano, relative al tempo obbiettivo (cioè di tutte le presupposizioni trascendenti di alcunché d’esistente).

 

Nonostante sia interessante studiare i rapporti tra tempo psicologico e tempo fisico,

 

I compiti della fenomenologia non sono però questi. Come la cosa reale, il mondo reale, non è un dato fenomenologico, così non lo è neppure il tempo mondano, il tempo reale, il tempo della natura nel senso delle scienze della natura, né quello della stessa psicologia in quanto scienza naturale dello psichico.

 

Non dobbiamo assolutamente identificare, dunque, il tempo interiore della coscienza, o tempo fenomenologico, con il tempo psicologico o psichico. Quest’ultimo è un concetto empirico appartenente a quella scienza empirica che è la psicologia, il quale porta con sé dicotomie quali interno-esterno, o mente-corpo, facenti parte di quella disposizione naturale verso il mondo che Husserl è deciso a mettere fuori gioco. Il tempo soggettivo privato, contrapposto al tempo oggettivo della fisica, non possiede del resto alcun carattere di fondamento: solo una durata intrinsecamente reale può costituire il concreto fondamento immanente della nozione di tempo e di divenire.

  

Ma ciò che accogliamo… è il tempo che appare, la durata che appare in quanto tale. Queste però sono datità assolute, di cui sarebbe insensato dubitare. In effetti, finiamo anche con l’assumere un tempo che è, ma questo non è il tempo del mondo dell’esperienza, bensì il tempo immanente del flusso di coscienza.

 

I termini trascendente e immanente non hanno in Husserl alcun significato mistico o religioso: trascendente è tutto ciò che va oltre il vissuto, che non è primario ma costruito. Ciò viene spiegato dal nostro in relazione sia allo spazio che al tempo, sottolineando l’”astrazione da ogni interpretazione trascendente” e la riduzione ai “contenuti primari dati”.

 

 

La struttura del vissuto temporale

 

La struttura fondamentale del tempo presentata da Husserl distingue, come tutta la riflessione occidentale, la realtà degli eventi attualmente presenti (i soli che veramente sono) dall’idealità di quelli del passato (che non sono più, e vivono solo nel vissuto del ricordo-rimemorazione) e del futuro (che non sono ancora, e vivono solo nel vissuto dell’aspettazione-attesa).

Il presente, a sua volta, non è caratterizzato da alcuna atomicità, né da una qualunque struttura puntuale o istantanea: esso è invece un microcosmo composto dalla sintesi di protensioni, ritensioni, e dal loro limite che le congiunge, l’ora.  

Per comprendere la sfera del presente, Husserl considera spesso l’esempio dell’ascolto di una melodia. Nonostante essa sia una successione di suoni, noi la percepiamo come diversità costituita in unità, avendo cioè una esperienza della successione, e non solo una successione di esperienze, ciascuna istantanea e slegata dalle altre.

 

Nella “percezione della melodia”… diciamo l’intiera melodia, melodia percepita, benché come si vede, percepito sia solamente il punto ora. Procediamo così perché… l’unità della coscienza ritensionale “tiene saldi” ancora nella coscienza i suoni decorsi stessi, e produce via via l’unità della coscienza relativa all’oggetto temporale unitario, alla melodia… L’intiera melodia… appare come presente finché ancora risuona, finché i suoni ad essa appartenenti, intesi in un unico contesto apprensionale, ancora risuonano.

 

Interessante è pure l’esempio di Paul Fraisse:

 

Parimenti, nella comprensione di un discorso, il mio “presente” consiste sempre nell’intera frase significativa, certo non nella fine di una frase seguita da un bit della frase successiva con uno scivolamento continuo che renderebbe l’intera espressione inintelligibile.

 

Interviene dunque sempre un elemento di intenzionalità a definire l’unità globale di un accadimento vissuto, poiché è il significato complessivo della percezione temporale che definisce ritmo e durata di un accadimento presente. Ogni accadimento presente è dunque sempre analizzabile in una fase presente-presente (l’impressione), in una appena-passata (la ritensione), ed in una che-sta-per-accadere (la protensione):

 

L’atto costituito, composto di coscienza d’ora e di coscienza ritensionale è percezione adeguata dell’oggetto temporale. Quest’ultimo dovrà includere differenze temporali e le differenze temporali si costituiscono appunto in quegli atti che sono la coscienza originaria, la protensione e la ritensione.

 

La ritensione (detta anche da Husserl “ricordo primario”) è dunque quell’atto dell’apprensione temporale che ci rende consapevoli, nell’”adesso” del presente, delle fasi temporali immediatamente passate.

 

L’ora-di-suono si tramuta in suono che è stato, la coscienza impressionale fluisce e trapassa costantemente in una coscienza ritensionale sempre nuova, (…) coscienza dell’appena stato.

 

La protensione, al contrario, è quell’atto dell’apprensione temporale che ci permette di anticipare fasi non ancora vissute, ma alle quali si tende nella continuità dell’esperienza temporale in base alle regolarità esperite nel vissuto. Il rapporto tra ritensioni e protensioni non è comunque simmetrico: mentre le ritensioni sono “piene”, le protensioni sono “vuote”, e si riempiono nel corso della durata.

 

Ogni processo originariamente costituente è animato da protensioni che costituiscono e captano a vuoto ciò che ha da venire, come tale, e lo portano a compimento.

 

Nell’ora, vera e propria dimensione originaria della temporalità, l’oggetto temporale immanente “appare” in un flusso costante, ossia “è dato”. Questo è il “punto d’origine”, l’”impressione originaria”, e tuttavia non ha autonoma sussistenza:

 

la fase dell’”ora” è pensabile solo come limite di una continuità di ritensioni.

 

L’ora non è altro, dunque che il confine tra le protensioni e le ritensioni, e non ha alcuna natura puntuale o istantanea. Il presente, in cui continuamente si costituiscono nuove protensioni, che si riempiono nell’ora, si conservano nelle ritensioni, per poi perdersi nell’oscurità del passato, acquisisce dunque un senso di spessore.

Importante è non confondere protensione con aspettazione-attesa o ritensione con ricordo-rimemorazione. Visto che, a prescindere dalla stessa differenza tra “pieno” e “vuoto” delineata sopra tra ritensioni e protensioni, “l’intuizione aspettativa è il rovescio dell’intuizione memorativa”, Husserl si limita ad un’approfondita analisi della “fortissima differenza” tra ritensione e rimemorazione, da lui detti pure ricordo primario e secondario. Nella rimemorazione avviene una ri-produzione, o ri-presentazione dell’esperienza passata. Si tratta dunque di un nuovo atto di coscienza, mentre la ritensione fa parte dell’unico atto di percezione del presente.

 

La modificazione della coscienza che tramuta un “ora” originario in uno riprodotto, è qualcosa di completamente diverso da quella modificazione che tramuta sia l’”ora” originario sia quello riprodotto, in “passato”. Quest’ultima modificazione ha il carattere di un adombramento [Abschattung] continuo; come l’”ora” continuamente digrada nel passato e nel trapassato, così anche la coscienza intuitiva del tempo digrada continuamente. Per contro, non c’è alcun trapasso continuo dalla percezione nella fantasia, o dall’impressione nella riproduzione.

 

Mentre la ritensione è l’adombrarsi nell’”appena passato” dell’impressione originaria, e fa parte della sfera del presente, la rimemorazione è dunque la libera ri-presentazione dell’intero vissuto, con le sue fasi protensionali e ritensionali e con il suo sprofondare continuo dal futuro nel passato attraverso l’ora, che si ri-presenta completamente di nuovo. Il presente ripresentato ha dunque la stessa struttura “spessa” del presente originario. Tuttavia

 

vi sono notevoli diversità tra il deflusso originario, e quello riprodotto, del “risprofondare”. L’originario apparire, e defluire dei modi di deflusso nell’apparire, è qualcosa di fisso, di cui si ha coscienza per “affezione”, e su cui si può solo posare lo sguardo. Invece il presentificare è qualcosa di libero, è un libero percorrere, e possiamo usare della presentificazione “più rapidamente” o “più lentamente”, più chiaramente ed esplicitamente o più confusamente, fulmineamente ed in un colpo solo o per passi articolati, ecc.

 

C’è infine una differenza riguardo all’evidenza della riproduzione: mentre ciò che si ha ritensionalmente nella coscienza è assolutamente certo, l’evento rimemorativamente presente può avere degli errori.

Ecco come Husserl sintetizza la relazione tra la sfera del presente (con la sua struttura), le rimemorazioni e le aspettazioni:

 

I contenuti immanenti sono ciò che sono in quanto, nella loro durata “attuale”, anticipano un futuro e rimandano a un passato. A proposito di questo rimandare in avanti e indietro, bisogna però distinguere ancora: in ogni fase originaria che originariamente costituisce il contenuto immanente, noi abbiamo ritensioni delle precedenti e protensioni delle future fasi di questo stesso contenuto e tali protensioni si riempiono finché, appunto, questo contenuto dura. Queste “determinate” ritensioni e protensioni hanno un orizzonte oscuro, scorrono trapassando in altre, indeterminate, relative al deflusso passato o futuro della corrente, attraverso le quali il contenuto attuale si inserisce nell’unità della corrente. Dalle ritensioni o protensioni dobbiamo poi distinguere le rimemorazioni e le aspettazioni che non portano sulle fasi costituenti del vissuto immanente, ma presentificano contenuti immanenti passati o futuri.

 

Per concludere questa analisi occorre commentare un ultimo aspetto del grafico temporale sopra esposto. Abbiamo cercato di commentarlo a partire dal centro, ossia dal presente, per poi estere le considerazioni al passato e al futuro. Resta da dire che la struttura generale del tempo gode di proprietà quali unicità, continuità, linearità, direzionalità (ossia irreversibilità), infinità.

Il tempo è dunque ben rappresentabile con una retta orientata. Come spiega Husserl la genesi fenomenologica di questi caratteri del tempo?

 

Perché questa coscienza si stabilisca, svolge un’importante funzione il ricordo riproduttivo, sia esso intuitivo o nella forma di intuizioni vuote. Un ricordo riproduttivo può fare, e ripetutamente, di ogni istante retrocesso il punto zero di un’intuizione. Il precedente campo temporale, nel quale ciò che attualmente è retrocesso era un “ora”, viene riprodotto, e l’”ora” riprodotto viene identificato con l’istante ancora vivo nel ricordo fresco: l’intenzione individuale è la stessa.

 

Husserl spiega dunque che riproducendo e rivivendo rimemorativamente un istante passato, si ricrea la stessa struttura spessa del presente, con le sue protensioni e ritensioni, e ci rendiamo conto che anche quell’istante aveva un “appena passato”.

 

È evidente che ogni istante temporale ha il suo “prima” e il suo “dopo”, e che i punti e le linee precedenti non possono accumularsi nel senso di una approssimazione a un limite matematico, come ad esempio il limite dell’intensità. Se ci fosse un punto limite, vi corrisponderebbe un “ora” privo di precedenti, il che è essenzialmente impossibile. Un “ora” è sempre ed essenzialmente un punto marginale di un tratto temporale.

 

Visto dunque che questa successione regressiva non può avere un punto d’accumulazione come avviene nei limiti dell’analisi matematica, si giunge all’evidenza di una successione infinita di campi temporali, verso il passato, e, specularmente, verso il futuro. Ed infine, si chiede Husserl,

 

come si arriva, con tale sfilata in successione di campi temporali, all’unico tempo obbiettivo, col suo ordine unico e fisso? La risposta è data dalla progressiva sovrapposizione dei campi temporali che non è, in verità, una mera sfilata temporale di campi temporali. Le parti che si sovrappongono vengono identificate individualmente durante l’arretramento intuitivamente continuo nel passato.

 

Dopo questi ragionamenti il nostro filosofo giunge a “fondamentali evidenze temporali che bisogna cogliere in modo immediato”, la prima delle quali riguarda la simultaneità.

 

Se, per cominciare, confrontiamo tra loro due sensazioni originarie, o piuttosto, correlativamente, due datità originarie che appaiono realmente ambedue in una coscienza come datiti originarie, come “ora”, esse si distingueranno l’una dall’altra per la loro materia, ma sono simultanee, hanno lo stesso posto temporale assoluto, sono ambedue ora  e nello stesso “ora” hanno necessariamente lo stesso valore di posto temporale.

 

In seguito Husserl elenca come evidenze le proprietà che forniscono alla retta temporale quella struttura di continuità e di ordinamento totale prima accennata.

 

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