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VIAGGIARE NEL TEMPO di Mauro Dorato

 

In un arguto articolo del domenicale del 23 Aprile, Maurizio Ferraris commenta brevemente le teorie fisico-filosofiche sul tempo elaborate da Kurt Gödel verso la fine degli anni Quaranta, teorie basate sulla sua soluzione alle equazioni della relatività generale di Einstein. Come fa intuire Ferraris, tale soluzione prevede, letteralmente, un tempo circolare: partendo da un qualunque punto del modello spazio-temporale di Gödel è possibile, percorrendo un anello temporale più o meno lungo, tornare indietro esattamente al punto di partenza. Per sottolineare l’importanza del contributo dato da Gödel non solo alla logica ma anche alla fisica e alla filosofia del tempo, vorrei aggiungere qualche riflessione a quelle opportunamente richiamate da Ferraris intorno al rapporto tra immagine fisica e immagine manifesta del mondo:
(1) Il modello cosmologico di Gödel è il primo modello della relatività generale in cui non è possibile definire un tempo cosmico: ovvero non esiste alcun modo per tagliare l’intero universo in tante fette, ognuna delle quali sia costituita da eventi simultanei.
(2) Gödel sosteneva, credo correttamente, che la differenza tra il modello del nostro universo, in cui un tempo cosmico esiste, e quello da lui scoperto, non ha a che fare con leggi (entrambi i modelli soddisfano le equazioni di Einstein), ma solo con il contingente modo in cui la materia è distribuita. Ne segue che la mera scoperta del modello di Gödel avrebbe reso contento Nietzsche, dato che essa potrebbe implicare che il tempo circolare è fisicamente possibile. Oggi vengono studiate altre forme, assai più efficaci, di viaggi nel tempo, sotto l’esoterico nome di “cunicoli spaziotemporali”: si entra in una apertura del cunicolo e si esce dall’altra in una regione spazio-temporale assai distante dalla prima.
(3) Benché Gödel fosse al corrente del fatto che il nostro universo non è descrivibile dal suo modello, egli pensava che la mera esistenza di quest’ultimo potesse comunque insegnarci qualcosa di importante sulla nostra esperienza del tempo. È qui che si inseriscono le sue considerazioni su fisica e esperienza del tempo, che tra l’altro contengono un’analisi chiara e precisa della vaga nozione di “divenire.”
(4) L’ipotesi che Gödel fa implicitamente nel testo dedicato all’opera di Albert Einstein Scienziato-Filosofo (e ora tradotto nel secondo volume delle Opere di Gödel pubblicato da Bollati-Boringhieri) è che gli ipotetici abitanti del suo mondo avrebbero un’esperienza psicologica del divenire identica alla nostra, malgrado a tale esperienza, in quel mondo, non potrebbe corrispondere alcuna controparte fisica oggettiva (a causa dell’assenza del tempo cosmico). Ne segue che (i) se la nostra esperienza del divenire è l’unica ragione per credere in un divenire temporale oggettivo, ma (ii) tale esperienza è compatibile con un mondo fisicamente possibile (quello di Gödel) in cui c’è un divenire puramente locale, allora non c’è alcuna ragione per credere a un divenire temporale oggettivo nemmeno nel nostro mondo, in cui un tempo cosmico è invece definibile.
Come è avvenuto per precedenti tentativi, nemmeno questo argomento contro la realtà del tempo è conclusivo, e concordo con Ferraris che la lettura che Gödel faceva di Kant non era propriamente ortodossa. Ma il logico austriaco ne era consapevole: Gödel riteneva, contro Kant, che la fisica non si esaurisse in una serie di descrizioni che potesse applicarsi ai soli fenomeni, ma pensava che potesse gradualmente “portarci oltre”. E riteneva, a ragione, che questa fosse la lezione più importante della fisica dell’Ottocento e del Novecento: molecole, atomi, campi e particelle subatomiche non fanno parte dell’immagine manifesta del mondo. Ma tale immagine può essere spiegata - e apparenti conflitti con l’immagine fisica risolti - solo se supponiamo che esista un livello di realtà “extra-fenomenico”: affermare che gli atomi siano “fenomeni” nel senso di Kant non sembra infatti un’opzione plausibile. Una volta ammessa la conoscibilità di un livello extrafenomenico, resa possibile dalla fisica, diventa importante chiarire che ruolo giochi il tempo in questo nuovo “livello di realtà”.
Il fatto interessante, sul quale penso Ferraris convenga, è che la fisica, a differenza del misticismo, non solo ci consegna descrizioni del mondo che possono entrare in conflitto con l’immagine manifesta del mondo, ma che in più giustifica e spiega tale conflitto su base empirica. Un esempio per tutti. A causa della relatività della simultaneità, un evento per noi futuro, come l’esaurirsi dell’ultimo pozzo di petrolio sulla Terra, può essere già passato per un osservatore che si muova rapidamente rispetto a noi. E questo fa sì che, almeno nella teoria della relatività speciale, non si possa parlare di un universo che diviene in un unico tempo universale, come un’unica marea che trascina tutto nel suo fluire uniforme. Esistono invece tante piccole onde quanti sono i sistemi di coordinate inerziali, ognuna caratterizzata da un divenire temporale distinto. È per questo che Gödel pensava, correttamente, che la relatività speciale avesse mostrato il carattere errato di almeno qualche credenza appartenente all’immagine manifesta del tempo (in particolare, è illusoria la credenza in un presente che si estenda ai confini del cosmo), anche se si sbagliava sul fatto che tutte le nostre credenze temporali fossero errate.
Poiché con la relatività generale il tempo e lo spazio hanno una struttura dipendente dalla distribuzione della materia, in certi modelli di questa teoria un tempo cosmico si può di nuovo definire, ciò che sembra creare la possibilità di un divenire temporale universale. Questo a Gödel non piaceva: convinto – come alcuni contemporanei teorici della gravità quantistica – che il tempo nasca dall’incontro tra una realtà fisica fondamentalmente atemporale e un sistema sensoriale che, come il nostro, “temporalizza”, Gödel trovò un modello delle equazioni di Einstein in cui un tempo cosmico non esiste. E poi lo sfruttò “filosoficamente” nel modo che abbiamo visto. Nella sfera privata sarà stato un mistico o un visionario come lo Swedenborg richiamato da Ferraris, ma produrre sogni senza l’aiuto della matematica è ben diverso dal cercare di difendere precise argomentazioni filosofiche appoggiandosi alle galileiane “certe dimostrazioni”.

 

 

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